PRIMITIVISMO E SOFISTICAZIONE

Vista dell’oceano dal living esterno della villa costruita da John Lautner nel 1973 ad Acapulco (immagine tratta dall’album di ” x-ray delta one”  http://www.flickr.com/photos/x-ray_delta_one/4294005167/)

 

“…..L’architettura, nella sua essenza, è astratta, indeterminata, indefinibile come la vita stessa. Io la immagino come una continua ricerca per i più fondamentali e totali bisogni umani relativi al rifugio: emotivi, psicologici, come pure meramente fisici …. ”

John Lautner

 

Il messaggio artistico è più efficace quando usa un linguaggio raffinato o più primitivo? Quando è il frutto viscerale dell’intuito e dell’impulso creativo o quello di un lento, paziente processo mentale? Naturalmente la natura umana è ambivalente ed è costituita da entrambe le cose contemporaneamente, il che rende assurdo ragionare in termini così schematici, però ci sono espressioni artistiche declinate in un modo o nell’altro in tutte le epoche. L’arte figurativa del novecento è più viscerale e sanguigna dell’arte romantica? Arriva più direttamente Picasso o Bocklin con le sue figure rappresentate di spalle? E’ lecito porsi la stessa domanda nel campo dell’architettura in cui le due tendenze convivono all’interno del movimento moderno.

Nel 1973 l’architetto organico statunitense John Lautner, attivo in California, costruì una villa in Messico ad Acapulco per la famiglia Arando, conosciuta con il nome di “Villa Marbrisa”.

John Lautner, uno di quegli architetti americani a cui si deve maggiormente l’immagine iconica della villa californiana, fu a stretto contatto con l’opera del grande Wright, di cui fu per alcuni anni, uno dei collaboratori più stretti nello studio di Taliesin West e, non si può negare, ne assimilò profondamente il senso. Villa Marbrisa dunque fa parte di una serie di lavori californiani di Lautner come Villa Sheats – Goldstein a Beverly Hills, o Villa Reiner- Burchill a Silver lake o la Levy House, o  la Elrod House a Palm Spring, che possono collocarsi su una linea di pensiero evolutasi in modo perfettamente coerente come prosecuzione logica della poetica wrightiana.

La villa messicana sorge su un forte declivio verso l’oceano ed è accessibile dall’alto attraverso la strada a monte. La posizione collinare, ma soprattutto la presenza dell’elemento naturale dominante il luogo, che ovviamente è l’Oceano Pacifico, hanno ispirato l’organizzazione del progetto basata su un’intelligente disposizione degli ambienti a “cascata”, con quelli esterni più in alto, che devono essere attraversati per raggiungere quelli interni collocati più in basso. In quest’opera, Lautner trasforma il semplice atto “dell’avvicinarsi e dell’entrare”,  in una passeggiata architettonica  culminate nel living esterno con la sferzata emozionante data dall’improvvisa rivelazione del panorama spettacolare, fino a quel momento solamente intuito.

 

Vista dell’oceano dal living esterno (immagine tratta dall’album di “x-ray delta one” http://www.flickr.com/photos/x-ray_delta_one/4188889591/)

 

Le forme scultoree, potenti  ed essenziali ottenute con l’uso del calcestruzzo, hanno la forza espressiva di antichi monoliti e consentono all’architettura di dialogare con la bellezza della natura del luogo, rapportandovisi su un piano quasi paritario; sono forme perentorie capaci di donare sensazioni intense, simili a quelle suscitate dallo sbalzo di un dirupo roccioso. Villa Marbrisa è una di quelle architetture dotate di una comunicativa basica che, in un certo senso potremmo dire quasi “primitiva”, perché caratterizzata dallo stesso tipo di espressività delle bellezze della natura e in quanto tale, capace di esercitare un fascino particolare che mette in moto istinti profondi e ancestrali;  è bella, di una “bellezza classica” perché semplice e fatta per durare, schietta e scevra da ogni tipo di infatuazione linguistica momentanea. Essa rappresenta senz’altro bene l’assimilazione dello spirito della poetica wrightiana da parte del suo autore e rappresenta bene lo spirito dell’architettura organica stessa, di cui egli fu uno degli interpreti più importanti.

 

Prospettiva dal basso della villa che ne evidenzia l’essenzialità e l’espressività linguistica (immagine tratta dall’album di “x-ray delta one”  http://www.flickr.com/photos/x-ray_delta_one/5322109259/)

 

Prendendo spunto da tutto questo e facendo una riflessione di carattere generale, certo non priva di approssimazioni, mi sembra che per questa sua schiettezza “naturale”  e priva di formalismo,  la villa messicana di Lautner, si possa avvicinare  a un tipo di linguaggio che spesso si identifica con un regionalismo architettonico modernista e privo di folclore ottenuto recependo, rielaborando e trasformando in chiave contemporanea alcuni caratteri della tradizione locale, con un’attenzione particolare all’inserimento ambientale e con la messa in atto di tecniche costruttive low-tech, oggi attualissime perché armoniche rispetto alla natura del luogo, alle sue risorse e alle sue attitudini artigianali. Di solito è un’architettura a piccola scala, realizzata per una committenza privata elevata culturalmente  ed appare lontana dalle sofisticazioni, a volte forzatamente erudite, proprie di un certo internazionalismo.

Di contro infatti, l’architettura delle grandi istituzioni culturali e politiche, delle multinazionali, quella legata alle grandi infrastrutture del trasporto, ai grandi eventi ecc. che, per il suo carattere autoreferenziale, tende ad assumere i connotati di “architettura manifesto”,  rinuncia spesso agli elementi massivi della composizione , salvo forse il filone che definirei “neoespressionista”, basando il proprio vocabolario linguistico soprattutto sulla leggerezza e sulla trasparenza come fondamento della propria poetica. Si tratta di architetture concettualmente moderne nel senso che possono esser fatte risalire all’idea “moderna” delle costruzioni in ferro e vetro della fine del diciannovesimo secolo. Il loro vocabolario linguistico, che le fa sembrare rarefatte, è stato definito anche sulla base di alcune celebri ed esemplari invenzioni del novecento come la “Maison de Verre” di Chareau, o i progetti miesiani con la loro essenzialità e la loro perfezione del dettaglio, ma trae spunto anche dall’architettura “High Tech”.

Nelle architetture radiose che ne derivano, la luce penetra in profondità e attraversa gli spazi interni, non intercettata da elementi opachi e non interrotta da zone d’ombra; essa viene filtrata e addomesticata nelle sue vibrazioni più violente dall’involucro esterno per creare un’atmosfera artificialmente piatta. Al “guscio” dunque, viene affidato il ruolo fondamentale del controllo della luce e del microclima interno:  esso è come una pelle attiva che reagisce alle sollecitazioni esterne, divenendo però  anche l’oggetto di un lavoro di dettaglio a volte eccessivo, che unitamente alla spiccata vocazione verso forme stereometriche, spesso declina gli esiti verso un’attitudine quasi grafica o bidimensionale. Comunque in genere si tratta di un linguaggio architettonico “colto”, con variazioni tonali attenuate, basato su un’idea di modernità che tende ad attingere a piene mani alle risorse scientifiche e ad ostentare un uso massiccio della tecnologia, formalmente raffinato fino alla leziosità, sempre controllato e calibrato persino nell’introduzione strategica degli elementi naturali finalizzata a smorzarne l’asetticità, ma che spesso paga il prezzo altissimo, della rinuncia ad una poetica  dai forti contrasti e di conseguenza, anche quello della rinuncia a tutta una gamma di sollecitazioni emotive che possono rendere il messaggio architettonico più viscerale, più forte e più “sanguigno”, che avvicinando l’esperienza architettonica a quella naturalistica, la intensifica.

Così con un criterio geografico  molto labile e soggettivo beninteso, pur nell’omologazione generale dell’architettura internazionale, si potrebbe forse identificare un filone dell’architettura moderna dotato di un linguaggio apparentemente meno sofisticato, ma più viscerale e intenso, identificabile come più proprio dell’America latina? E dall’altro lato se ne potrebbe identificare un altro di genere diverso dal primo, formalmente più raffinato, astratto e cerebrale, intriso di tecnologia, ma meno espressivo che, con la stessa approssimazione, potremmo invece  identificare come più tipico dell’area nord – europea, nord – americana e orientale?

Comunque sia, avendo negli occhi i lavori del grande Frank Lloyd Wright, quelli californiani in particolare, come la Ennis House, “la Miniatura”, o la Hollyhock House, a parte un certo decorativismo  probabilmente ormai lontano dalla sensibilità contemporanea, non si può non lasciarsi prendere da quel fascino primitivo che li caratterizza chiedendosi se non avesse avuto completamente ragione.

 

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  • Capita spesso di sentir parlare fisici o matematici di “eleganza di un’equazione”; questo si verifica quando con una breve sequenza di simboli e numeri si esprimono concetti estremamente complessi e dalla conseguenze enormi (l’inflazionato E=mc^2). Dunque l’infinito espresso con un concetto semplicissimo è sinonimo di bellezza: se fosse lo stesso anche per l’arte?

    Lettore interessato 9 anni ago Reply


    • Secondo me è la stessa cosa! Nel senso che nell’arte come in ogni campo della scienza penso, una soluzione elegante è sempre semplice, diretta, priva di fronzoli e di qualunque tipo di compiacimento linguistico, insomma essenziale, e per tutto questo particolarmente efficace e, in ultima analisi, bella!

      leonardomatassoni 9 anni ago Reply


      • “Quando lavoro su un problema, non penso mai all’estetica… ma quando ho finito, se la soluzione non è bella, so che è sbagliata.” Richard Buckminster Fuller

        …un grande maestro americano degli anni trenta!

        Alfonso Panzetta 9 anni ago Reply


        • Come non essere d’accordo!
          D’altronde cos’è la sensazione di bellezza se non l’intuizione della razionalità e dell’eleganza di una soluzione?

          leonardomatassoni 9 anni ago Reply


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