IL TIMBRO DELL’ARCHITETTURA – di Alessandro e Leonardo Matassoni

“…. Le esperienze in sequenza dello spazio nella parallasse, con il suo flusso luminoso, possono solo esaurirsi in una percezione personale…….. La motilità e il soggetto-corpo sono gli strumenti per misurare lo spazio architettonico.”

Steven Holl 

ARCHITETTURA DI RELAZIONI

Che cosa crea l’atmosfera che qualifica un luogo e da cosa dipende la sensazione vaga e complessa che si lascia dietro? Come si potrebbe definire quell’insieme di sottili vibrazioni dell’anima che lo fanno percepire in modo personale e unico? Colore? Timbro caratteristico? Comunque si tratta di qualcosa di soggettivo che trascende la fisicità di uno spazio e sconfina nella nostra dimensione mentale.

Osservando un’opera di Lewitt o di Serra  o riflettendo sulla struttura della composizione musicale, non si può non notare la loro particolare vicinanza all’architettura e ciò, forse, può indurre a sottovalutare i suoi punti di contatto con altre forme d’arte come la pittura; almeno fino a quando non si è colpiti dall’evidenza del contrario. “Un’udienza da Agrippa” é il titolo di un quadro del 1875.

La scena è ambientata a Roma nel periodo augusteo e ritrae il generale romano Marco Vipsanio Agrippa che, dopo aver attraversato con i suoi “clientes” uno spazio porticato, scende una scalinata e passa sotto un arco per dare udienza ad un piccolo gruppo di astanti in attesa; una grande statua di Augusto (l’Augusto di prima porta) domina la scena e si staglia sul nitore del paramento architettonico marmoreo. Sir Lawrence Alma Tadema (1836-1912), pittore romantico vittoriano di origini olandesi, è l’autore dell’opera.

 

Sir Lawrence Alma Tadema – “Un’udienza da Agrippa”, 1875 (Album di Oméga)

 

L’artista fu molto vicino ai pittori della Confraternita dei Preraffaelliti con cui condivideva i soggetti di carattere storico-mitologico, molto in voga in un’epoca in cui nasceva l’archeologia come disciplina scientifica moderna e la cultura romantica, tra i vari revival storici, si alimentava anche di quello classicistico. Tutto ciò contribuì al suo successo professionale e probabilmente, con i cambiamenti culturali in atto successivamente, fatalmente anche al decadimento della sua fama postuma, per essere poi riscoperto.

Nel nostro caso, quasi casualmente, l’acquisto di un bel libro ha favorito l’approfondimento di una conoscenza iniziale piuttosto generica di questa figura, grazie ad una più attenta osservazione delle sue composizioni pittoriche. Le immagini di Alma Tadema infatti sono composizioni pittoriche nel senso che l’artista componeva  con estrema cura le sue immagini con un approccio che potremmo definire architettonico.

Superando un certo pregiudizio per le forme dell’architettura classica, come architetti contemporanei non si può non notare che quella rappresentata in questo quadro, come in molti altri dello stesso autore, è articolata in maniera sorprendentemente moderna: lo spazio fluisce liberamente tra i vari ambienti che sono tutti collegati in una sequenza ininterrotta. I dislivelli che li separano e li scandiscono in questa progressione lasciano immaginare continui cambi del punto di vista di un immaginario personaggio in movimento nella scena e formano una serie di quinte scenografiche sempre più distanti dall’osservatore, fino al punto di fuga dell’asse ottico principale messo in evidenza con l’acuto espediente delle architetture luminose che si intravedono attraverso il sottile varco tra le colonne sullo sfondo. Anche la luce è usata strategicamente come elemento in grado di creare tensione. Essa scende dall’alto lasciando intuire la consistenza architettonica della quinta scenica intermedia e filtra dal sottile varco tra le colonne, suggerendo ed evocando l’immagine di ciò che potrebbe trovarsi aldilà e donando all’immagine un certo “dinamismo potenziale”. Alma Tadema insomma, non si limita a rappresentare una immaginaria e scenografica sovrastruttura architettonica per ambientarvi le sue scene, ma dimostra di padroneggiare le grandi potenzialità di alcuni “elementi psicologici” come le relazioni spaziali, che sfruttando livelli percettivi superiori, rendono l’opera molto più incisiva.

Così facendo, l’artista sconfina nel campo dell’architettura portandoci a riflettere sul fatto che quella architettonica, in effetti, é un’esperienza di  tipo psicologico più ancora che fisico.

Aldilà dell’epoca e della forma nella quale l’architettura si concretizza, che sia moderna o che faccia parte del passato, che sia curvilinea e dotata di una spazialità fluida e armoniosa oppure basata su una poetica linguistica dal ritmo sincopato e dalle forme spigolose, la sua dimensione psicologica è ciò che determina le risposte con cui la mente ne interpreta la fisicità. Esse sono reazioni inconsce e automatiche simili per tutti gli individui che forse potrebbero essere considerate come un retaggio dell’esperienza ancestrale dell’uomo nel suo ambiente primigenio, una sorta di “imprinting ambientale”.

Comunque sia, la dimensione mentale dello spazio architettonico ne costituisce in un certo senso il “timbro” caratteristico, il colore. Esso, come il suo omologo in campo musicale, pur dipendendo dalle interrelazioni tra le moltissime variabili che lo compongono, costituisce un parametro complesso non riconducibile semplicemente alla loro sommatoria, cioè, si potrebbe dire che non si può comprendere se non approssimativamente  il modo in cui un’architettura complessa riesca a realizzare la sua “magia” semplicemente smontandola.

In questo senso, i rapporti di prossimità e di continuità impostati da assi, percorsi e direzioni, le sequenze e le progressioni spaziali, le variazioni del punto di vista, ma anche l’utilizzo della luce come elemento d’accento e “agente catalizzatore” della reazione emotiva e molto altro sono tutti mezzi espressivi in grado di creare una tensione psicologica: essa può innescare l’esperienza architettonica dinamica. Ci riferiamo alla ben nota concezione cinematica dell’architettura sintetizzata da Le Corbusier con l’espressione “promenade architecturale”.

Dunque, le relazioni spaziali e il dinamismo inteso come categoria di definizione dello spazio architettonico sono strettamente legati al suo timbro, cioè alla sua dimensione mentale, in un rapporto di reciprocità duale di causa ed effetto, dal quale dipende la ricchezza dell’architettura e la sua capacità di generare un coinvolgimento empatico.

Questo tipo di logica compositiva presuppone fisiologicamente anche la complicità dello spazio esterno e, contraddicendo almeno in parte la via della ricerca scultoreo-oggettuale, comporta il conseguente radicamento profondo dell’oggetto architettonico nel suo contesto. Esso infatti, istituisce rapporti anche con l’ambiente in cui si insedia, urbano o naturale che sia, ne recepisce i nodi, gli assi, gli scorci, la geometria, la complessità.

Allora, se come sostiene Inaki Abalos lo spazio pubblico contemporaneo è il “vero monumento ancora da costruire”, l’architettura relazionale sembra in grado di promettere grandi traguardi.

 

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