ATTITUDINE VERDE – di Alessandro e Leonardo Matassoni

Ford Foundation Building - Kevin Roche (album di Emilio Santacoloma)

“….. il problema della nostra società è che è tecnologicamente illetterata e quindi si trova sotto l’incantesimo della tecnica e dei suoi sacerdoti……”

Emilio Ambasz

 

Osservando la California Academy of  Sciences vengono in mente certe immagini dell’iconografia fantascientifica che prefigurano habitat estremi rappresentati, non a caso, come bolle di rigogliosa natura terrestre; il museo di Piano è un manifesto di sostenibilità dell’architettura di cui non si può non apprezzare il rigore metodologico basato su chiari e precisi principi scientifici applicati alla scienza della natura e all’architettura. In questo scrigno raffinatissimo contenente “in vitro” alcune nicchie ecologiche tutto funziona e tutto risponde ad una rigorosa logica ambientalista tipicamente contemporanea in quanto ispirata ad uno spiccato tecnicismo.

Viviamo infatti una fase storica dominata dal determinismo scientifico e per assurdo nel contempo, dalla consapevolezza che la nostra società ancora “tecnologicamente illetterata”, non ha raggiunto un grado di evoluzione e di maturità tali da consentirle di risolvere il proprio rapporto squilibrato con la natura e dal timore che, nonostante la fiducia nelle nostre prossime conoscenze, potrebbe non riuscirci in tempo.

D’altra parte la pressante promozione dei valori ecologici ha generato un senso di colpa latente che probabilmente è anch’esso uno degli elementi alla base dell’attitudine verde dell’architettura contemporanea con le sue coperture e pareti vegetali, i suoi boschi verticali, giardini pensili e volumi ipogei, sulla cui esibizione come fattori formalmente qualificanti, se ne misura anche il grado di accettabilità morale. Insomma se la moderna scienza della natura ha in sé il germe di una concezione meccanicistica del cosmo, responsabile almeno in parte della cinica despiritualizzazione dell’ambiente artificiale creato dall’uomo, l’attuale emergenza ecologica ha riavvicinato l’architettura alla natura, anche se per una via pur sempre tecnicistica.

Aldilà di tutto questo però la vocazione ecologica dell’architettura pone questioni profonde che affondano le proprie radici nei miti spostando il campo verso la dimensione inconscia e psicologica dell’esperienza umana: la nostra necessità di natura potrebbe derivare dal senso di imprescindibilità dall’ambiente ancestrale la cui memoria (genetica ?) potrebbe non essersi ancora persa del tutto. In quest’ottica potremmo dire che esiste una via prevalentemente ispirata ad un approccio umanistico all’architettura che presuppone una visione romantica del rapporto tra uomo e natura secondo il quale esso, in quanto parte del “tutto naturale” non può prescinderne: essa non è mai stata dimenticata dai grandi architetti, neanche per edifici costruiti a scopo esclusivamente produttivo.

Nel 1968, Kevin Roche completò il bellissimo “Ford Foundation Building” a New York, un palazzo di uffici con pianta ad “L” impostato su un lotto quadrangolare la cui parte centrale venne lasciata libera ed attrezzata a piazza verde coperta. A parte le belle soluzioni architettoniche, il maestro americano comprese che con questo tipo di concezione apparentemente opposta a quella del massimo sfruttamento, si potevano creare le premesse per un comfort psico-fisico molto maggiore che avrebbe consentito di conseguenza una maggiore produttività; non si trattava dunque di una rinuncia alla logica edonistica, ma del suo perfezionamento al massimo grado attraverso la comprensione delle reali necessità psicologiche dell’uomo. I criteri che sono stati adottati molti anni dopo da Norman Foster per la progettazione della torre della Commerzbank di Francoforte con i suoi giardini pensili sono gli stessi. Insomma non è forse vero che una buona architettura dovrebbe assomigliare più ad un rifugio che a una macchina, nella misura in cui ogni essere umano è un’entità spirituale più che un complesso sistema biomeccanico?

Il Ford Foundation Building (New York) di Kevin Roche – album di Emilio Santacoloma

Architettura “naturale” dunque come prodotto di un approccio umanistico, volendo usare una formula sintetica.

Essa può essere ottenuta per una via diretta, con l’utilizzo di metafore evidenti delle immagini naturali attraverso l’integrazione nell’architettura di elementi vegetali come nel caso dei lavori di Emilio Ambasz o attraverso l’utilizzo dell’acqua come nel caso del museo Sayamaike di Ando ad Osaka, che introduce il visitatore all’argomento del museo (la storia dell’ingegneria idraulica giapponese) sfruttando la capacità della materia liquida di stimolare l’immaginazione. Ma può anche derivare da metafore più sottili come nel caso del transetto della chiesa de “La Tourette” di Le Corbusier ; qui il maestro riesce ad evocare con forza l’immagine di caverne primordiali, luoghi rituali prototipi di  tutti i luoghi sacri e ad imprimere all’ambiente criptico un fortissimo senso di mistero, di sacralità e di trascendenza.

Il transetto della chiesa de “La Tourette” di Le Corbusier – foto tratta dall’album di aurélien

In questi casi non si tratta tanto di una inclinazione mimetica o di una citazione diretta delle immagini naturali, quanto di una “impronta psicologica” in grado di suggestionare agendo ad un livello di percezione inconscio e più profondo; in questi casi l’architettura naturale diventa architettura empatica.

 

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