LOGICA EVOLUZIONISTICA – di Alessandro e Leonardo Matassoni

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“… Prima noi costruiamo gli attrezzi, poi loro costruiscono noi…”

Marshall Macluhan – sociologo canadese (1911-1980)

 

La tecnologia è semplicemente una conseguenza del processo evolutivo o ne costituisce una parte integrante?

Sin da quando circa sei milioni di anni fa, alcuni primati antropomorfi svilupparono la caratteristica fisica del pollice opponibile con il conseguente impulso alla loro capacità di manipolazione della materia, il processo evolutivo spostò la sua lenta pressione dalle caratteristiche biologiche verso la produzione degli attrezzi che un cervello ormai altamente evoluto, era in grado di creare per modificare l’ambiente; iniziò così un tipo diverso di ramificazione del processo identificabile nel progresso tecnologico. La coerenza della prima fase, strettamente biologica, con la ramificazione tecnologica è confermata dalle tendenze attuali di quest’ultima che ne lasciano intravedere alcune direttrici per il prossimo futuro, la più importante delle quali è probabilmente la possibilità di realizzare un’interfaccia diretta tra l’essere umano e la sua tecnologia; l’accezione esclusivamente socio-psicologica dell’affermazione iniziale di Macluhan verrà così superata concretizzandosi anche sul piano fisico.

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Immagine di tecnologia interattiva tratta dall’album di Ars Electronica

Sulla base di questa premessa si potrebbe teorizzare una sorta di circolarità del processo evolutivo generale secondo la quale l’iniziale tendenza divergente, con cui la tecnologia è nata dalla biologia, verrebbe riassorbita in un movimento già in atto e convergente verso un unico e coerente percorso con la sua conseguente continua accelerazione rispetto ai lentissimi ritmi  darwiniani; le nuove tecnologie della bioingegneria sono un esempio lampante in tal senso. Comunque si tratta di un processo epocale, inarrestabile, che nel futuro aprirà nuovi fronti anche di carattere etico con la nascita di nuove e pericolose visioni eugenetiche.

Considerando l’architettura come un “attrezzo”, anzi come l’attrezzo per eccellenza, ci chiediamo come possa essere inquadrata in questa logica evolutiva.

Naturalmente essa riflette lo spirito del momento storico risentendo di un crescente tecnicismo che si manifesta già oggi sotto molti aspetti, anche se per alcuni di essi  in modo ancora embrionale,  dei quali il più importante per il futuro sarà probabilmente l’elevato livello di interattività “dell’intelligenza diffusa” di cui saranno dotati i nostri spazi di vita pubblici o privati, realizzata grazie ad interfacce multiformi e flessibili che sfrutteranno tutti gli stati della materia. Di conseguenza il suo alto grado di connettività insieme alle sue capacità adattive, ne consentirà la percezione come un’estensione della mente al pari di altri dispositivi indossabili od integrati con l’organismo. In generale l’assottigliamento della distanza tra mondo fisico e virtuale, sfumandone i rispettivi confini, avrà sicuramente un peso anche sugli stili di vita e sulla consistenza sociale della cultura; forse con la riduzione dei contatti fisici potrebbe generarsi una forma di atrofia sociale. Insomma uno stile di vita sempre più isolato, potrebbe sfociare in abitudini di vita privata tendenti verso una condizione di piacevole e apatica passività edonistica?

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Le interfacce del futuro sfrutteranno tutti gli stati della materia; immagine tratta dall’album di Ars Electronica

Tutto ciò ci porta a riconsiderare il fatto che in fondo, l’oggetto di studio dell’architettura è l’ecologia umana intesa come sintesi della cultura tecnico-scientifica con quella umanistica ed in quanto tale, per non produrre spazi despiritualizzati, essa non può non tenere conto della doppia natura della spiritualità umana che se da un lato è caratterizzata da una spinta attiva e positiva che alimenta l’attività cognitiva razionale proiettandoci verso il futuro, dall’altro è strettamente legata ad una dimensione antica e viscerale che non è mai cambiata e che ci lega alle origini della nostra storia evolutiva, cioè a quel lungo periodo della “preistoria della mente” durante il quale essa è diventata quello che è sviluppando la propria capacità di pensiero metaforico da cui ha avuto origine il linguaggio, la scrittura, l’arte, la spiritualità e la religione.

A questa dimensione ancestrale appartengono tutte quelle leggi del comportamento a cui l’architettura è  in ogni caso strettamente legata, quegli imprinting, quelle memorie genetiche selezionate naturalmente perché in grado di fornire vantaggi evolutivi e tutte quelle risposte automatiche a determinate situazioni ambientali simili per tutti gli individui. Assumendo quindi un approccio umanistico declinato in senso psicologico, l’architettura può riuscire a comunicare ad un livello istintivo ben al di sotto del pensiero consapevole, assumendo una forma di naturalità inconscia ed una capacità comunicativa diretta e profonda.

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J. Turrell; immagine tratta dall’album di Eschipul

Per poter creare la “nicchia ecologica ideale” allora l’architettura dovrà aprirsi alla contaminazione reciproca tra una visione antropologica ed una tecnologica, cercando l’equilibrio perfetto tra un senso di primitivismo empatico ed un  tecnicismo avanzato nella sua forma umanistica.

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