TOY ARCHITECTURE – di Alessandro e Leonardo Matassoni

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“La semplicità nell’arte è, in generale, una complessità risolta”

Constantin Brâncuşi

 

Se la “sintesi” artistica è il prodotto di un paziente processo di approfondimento, selezione e scarto, è possibile che possa essere raggiunta più direttamente attraverso l’applicazione di un metodo chiaro e sempre valido?

Vi sono architetture che rivelano chiaramente un metodo compositivo ben preciso che a volte viene illustrato ed utilizzato dagli autori stessi in maniera didascalica; sulla scena internazionale l’esempio più evidente in questo senso è costituito probabilmente dallo studio danese Bjarke Ingels.

I “BIG” compongono le loro architetture con un’operazione di anamorfosi plastica perfettamente illustrata nei loro schemi, in cui si evidenzia come, a partire da un volume iniziale stereometrico o da una forma regolare e compatta, si proceda in sequenza alla sua foratura da parte dei flussi urbani, alla sua successiva sagomatura per garantire la giusta dose di insolazione e infine, alla sua “discretizzazione” in celle stereometriche elementari che, con una logica sommatoria, compongono l’insieme.

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immagine tratta dall’album di wim hoppenbrouwers

 

 

Si tratta quindi di un approccio di tipo scultoreo che procede dall’esterno verso l’interno e che colloca queste architetture tra quelle del filone oggettuale senza però garantire loro la stessa ricchezza spaziale usuale per le opere di altre figure internazionali.

Pur apprezzandone alcune caratteristiche, come la volontà programmatica di creare dei “paesaggi urbani architettonici” ben collegati alla città e innervati dalla rete dei flussi urbani, ci sembra che questo metodo ponga il problema di un’eccessiva leggibilità operativa, cioè di una sostanziale immediata comprensibilità della consistenza spaziale delle architetture che produce; in questo senso la logica sommatoria utilizzata dai BIG funziona forse meglio alla macroscala in cui l’evidenza dei volumi primari tende a perdersi nella definizione della forma dell’insieme.

Si tratta dunque di un problema di prevedibilità!

Insomma se partiamo dal principio, secondo noi fondamentale, che l’architettura ha una sua componente irrinunciabile nell’esperienza dinamica dei suoi spazi, dalla cui “scoperta” dipende l’emozione che essa è in grado di trasmettere e che la loro capacità di sorprendere sia un elemento di grande importanza psicologica, allora queste architetture trovano in tutto ciò il loro grande limite.

In altre parole questo metodo compositivo così chiaro e leggibile, appare, alla fine un limite, perché poco approfondito.

Si ha l’impressione che la qualità dei progetti dello studio danese, pur rimanendo beninteso mediamente buona, sia stata condizionata dalla scelta strategica di partecipare a molti concorsi per i quali evidentemente, questo tipo di approccio efficace “nell’epoca smart” paga, ma che esso però abbia finito per limitarne la capacità di approfondimento nelle fasi più avanzate della progettazione rispetto alla relativa immaturità del lavoro richiesto dalla partecipazione alle gare.

Alcuni progetti recenti di Herzog e De Meuron come la torre in Leonard Street a New York o il progetto analogo per Beirut (Beirut Terraces) evidenziano l’utilizzo della stessa logica compositiva addizionale, ma raggiungono un risultato più convincente grazie all’introduzione di un ulteriore sottotema architettonico che funziona come “gene mutante”; quello delle solette orizzontali.

In questi progetti infatti, sono state introdotte alcune variazioni calibrate nelle dimensioni e nella posizione dei volumi primari; esse generano parte di quella imprevedibilità che li rende senz’altro molto più interessanti, ma che soprattutto si deve all’introduzione delle lastre multifunzionali orizzontali che contribuiscono allo scardinamento della massa volumetrica e, nello stesso tempo, sono dotate della necessaria forza espressiva per assurgere ad elemento regolatore di ordine superiore.

Allora l’architettura dei BIG è semplice o elementare?

 

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