ECONOMIA UMANISTICA – di Alessandro e Leonardo Matassoni

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“….. se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte.”

Gustave Flaubert

Nei momenti storici di grande difficoltà e ristrettezze come quello che stiamo vivendo si tende a considerare la bellezza artistica come un lusso, una superflua e costosa forma di ricchezza culturale alla quale sembra ragionevole rinunciare; la bellezza artistica costa, quella prodotta attraverso l’architettura in particolar modo!

Fatalmente si impone il cinismo ragionieristico e i “contabili”  fanno il loro lavoro con la tipica mentalità miope ed esclusivista che punta alla semplicistica quadratura dei conti.

Se è  ovvio che “l’economia monetaria” è stata da sempre strettamente legata all’arte ed è altrettanto ovvio che le sue oscillazioni, ce lo insegna la storia, corrispondono agli alti e ai bassi della produzione artistica, astraendoci dal “qui e ora” si può dire che ci sono almeno due aspetti quasi mai valutati abbastanza: il primo è che esiste “un’economia culturale” nella cui ottica il processo di produzione della bellezza artistica e architettonica, non necessariamente deve essere calcolato come una voce di bilancio negativa perché può attivare un circuito di ritorno capace di compensarne i costi e produrre nuova ricchezza.

Noi italiani dovremmo esserne consapevoli più di chiunque altro.

Il secondo e molto più importante aspetto è di natura etica ed è basato sulla considerazione che esiste anche “un’economia umanistica” per così dire, i cui costi non di natura monetaria perché legati soprattutto alla nostra spiritualità, sono altissimi; sono i costi storici irreversibili, difficilmente valutabili ma sicuri, che la “rinuncia a fare” avrebbe e che sarebbero ben più pesanti di quelli eventuali e reversibili del “fare troppo” o del “fare male”.

Pensando ed agendo oggi in termini esclusivamente monetari dunque, si rischia di dover pagare domani un prezzo pari o superiore al valore della cultura che la nostra società potrebbe non riuscire ad esprimere da ora in poi pur avendone le potenzialità umane.

 

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Anish Kapoor – immagine tratta dall’album di Dominic’s pics

 

Questa forma mentale rinunciataria porta all’abdicazione dal dovere di compiere quelle scelte che ogni generazione è inevitabilmente chiamata a fare assumendosene la responsabilità verso quelle future e in fondo, rivela l’immagine poco edificante che una società insicura dei propri mezzi, pessimista, cinica e disillusa, ha di sé stessa.

La crisi economica che certamente peggiora la situazione, non basta quindi a spiegare un atteggiamento culturale eticamente sbagliato che tende a negare la nostra naturale vocazione attiva.

Il pericolo è grave perché potrebbe relegarci a periferia culturale del mondo avanzato ed è subdolo perché derivante da un’idea, anzi da un’ideologia, che a ben guardare trae origine da un sentimento purtroppo ben radicato in Italia per molti motivi e la cui presenza è riscontrabile in tutti i livelli culturali (ma forse ancora di più in quelli alti, dove certe sovrastrutture ideologiche, quando ci sono, sono più radicate); essa é latente e tende a  riemergere ogni volta che si riaccende il dibattito sul “nuovo”.

È una posizione ideologica retrograda che esiste già da molto tempo prima della crisi economica ed ha basi più profonde della situazione contingente che stiamo vivendo.

Allora, calandoci nei panni dei nostri pronipoti, ci chiediamo: quale potrebbe essere il loro giudizio se oggi non dovesse prevalere, com’è successo spesso nel passato, una mentalità votata all’espressione della spiritualità umana che afferma sé stessa?

In questo senso tutte le necessità pratiche, i bisogni e i requisiti funzionalistici da soddisfare che stanno dietro a qualsiasi architettura sono in fondo il pretesto per realizzare una forma di “ecologia umana spirituale” ed è per questo che cercare di produrre, aldilà di tutto, arte e soprattutto architettura è oggi più che mai un dovere morale della nostra società!

 

 

 

 

http://presstletter.com/2013/12/economia-umanistica-di-alessandro-e-leonardo-matassoni/

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4 Comments

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  • A tutti piacciono le cose belle.
    A tutti, meno che agli Architetti.
    Architetti che hanno due misure per la bellezza, quella che riguarda la loro casa, dove abitano, e quella che riguarda i loro clienti.
    Per loro, gli Architetti, sono molti attenti a rispettare i canoni classici.
    Case grandi, con finestre aerose, possibilmente tutte su di un piano, comode, fatte com materiali classici, che non passano mai di moda.
    Per le case che fanno per gli altri invece, i nostri Architetti, disegnano case, che loro non abiterebbero mai.
    Case scomode, con molte scale, con finestre storte, piccole per non dire anguste.
    Case dove manca l’aria, dove ci si sente prigionieri, dove senti la notte il vicino che tira il wc, o la vicina che fa cose con il marito molto intime.
    La riprova di tutto questo?
    Tutti vorrebbero abitare in una casa colonica, anche pluri centenaria, pochi sono felici adi abitare in una casa nuova in un condominio come quello delle vele a Figline Valdarno.
    Sono più belle e vivibili le case popolari di 100 anni fa, ed erano case fatte per i poveri, che quelle che costruiscano oggi.
    Forse se gli Architetti pensassero un po’ più come i Geometri, e meno come artisti della tavolozza, le nuove case e il nostro tessuto urbano sarebbero migliori.
    Senza offesa per nessuno.

    Riccardo 5 anni ago Reply


    • Caro Riccardo…. che dire? Dipende dall’architetto!……………………… Da quello che scrive direi che Lei ha scelto senz’altro quello sbagliato!
      Si potrebbe definire “responsabilità oggettiva”, dalla terminologia giuridica…..

      leonardomatassoni 5 anni ago Reply


  • Mi dispiace deluderla, ma io ho scelto un ottimo Architetto.
    Chi non ha scelto ottimi Architetti invece, è la nostra società e i nostri politici.
    E’ mai andato a fare un giro nelle nostre periferie, dove casermoni bruttissimi riempiano tutto il panorama, dove il brutto regna sovrano, dove Architetti profetici hanno fatto progetti forse bellissimi sulla carta, ma pessimi per la vivibilità.
    Se fossi il Presidente dell’ Ordine degli Architetti, ma anche di quello dell’ Ordine degli Ingegneri, farei un censimento degli obrobri che riempiano il nostro territorio, e di chi gli ha progettati.
    Dopo di che, caccerei i progettisti dall’Ordine con infamia.

    Riccardo 5 anni ago Reply


    • In quanto a bruttezza imperante, Lei ha ragione anche se non è esattamente questo il tema dell’articolo, ma vede il problema non sono tanto gli architetti ( ce ne sono di totalmente incapaci ma anche di bravissimi nel nostro paese) ma l’incapacità della nostra società di premiare il merito utilizzando invece come unica discriminante di selezione il clientelismo politico……………………………………… questo produce enormi danni, materiali che si traducono in pezzi di città orrendi e soprattutto, culturali perché crea una forma perniciosa di diffidenza verso l’architettura e gli architetti diffusa nell’opinione pubblica e, me lo consenta, i suoi commenti sono un esempio di questo sentimento qualunquista anche se non privo di giustificazioni!…………………… Ciononostante l’architettura se ben fatta ha un’enorme potenziale e può decisamente trasformare il nostro ambiente di vita incidendo profondamente e in positivo, anche sulla nostra qualità di vita. Sono dunque d’accordo sui piani urbanistici a volumetria zero, ma a patto che si abbia il coraggio di intervenire sulla città anche demolendone interi pezzi per ricostruirli con un principio di merito e qualità architettonica, senza cadere negli, purtroppo usuali, circoli viziosi tipici italiani…….. in quanto alla sua scelta non sono deluso, ma contento per Lei!

      leonardomatassoni 5 anni ago Reply


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