SOTTILISSIMO EQUILIBRIO – di Alessandro e Leonardo Matassoni

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“….. Inconsciamente lui mi delinea una nuova scuola, una scuola che dovrà avere in sé tutta la passione dello spirito romantico e tutta la perfezione dello spirito greco. L’armonia di anima e corpo… che cosa grande! Nella nostra follia noi li separiamo e abbiamo inventato un realismo che è volgare e un idealismo che è vuoto.….” Oscar Wilde

 

La cronaca dell’architettura contemporanea potrebbe essere letta in questi termini? Le correnti che la stanno attraversando possono essere classificate sulla base del loro collocamento rispetto a queste ideologie contrapposte e fondative tra le quali la cultura occidentale oscilla, sospesa tra determinismo e passione, tra razionalismo e romanticismo?

Sulla base di tutto ciò, è possibile misurare la capacità di un’architettura di perdurare nel tempo come opera d’arte sociale?

E ancora ci chiediamo: un’architettura la cui produzione sia basata su un processo di sublimazione linguistica e sulla fedeltà ad un sistema di valori condivisibili scevri da eccessi personalistici (che ci sembrano sempre più fuori luogo rispetto al momento storico) può essere dotata della necessaria espressività?

 

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L’edificio della “Fondazione Beyeler” di Renzo Piano – immagine tratta dall’album di jpmm

 

Da questo punto di vista il lavoro di Renzo Piano appare come uno tra i più equilibrati e generalmente, ispirato ad un approccio umanistico, l’unico forse in grado di sintetizzare questi due estremi. Senz’altro il suo alto gradimento internazionale è fortemente legato al suo essere così calato nella realtà del luogo e del tempo, alla sua essenzialità e alla sua eleganza da cui discende una naturale attitudine “all’inserimento discreto in contesti storicizzati” di ogni epoca. Si può capire bene quindi la scelta di affidare a Piano il progetto per l’ampliamento del “Kimbell”, trattandosi oltretutto, di una tipologia architettonica nella quale si è esercitato sin dagli esordi producendo una serie di padiglioni che si avvicinano all’edificio originale Kahniano del 1972 per l’impostazione planimetrica semplificata, l’assetto orizzontale, il trattamento attento della luce e la flessibilità degli spazi interni.

 

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L’edificio della “Collezione Menil” di Renzo Piano – immagine tratta dall’album di Francisco Anzola

 

In effetti si tratta di architetture impostate su un modello a pianta libera studiato fin dai primi anni settanta con Richard Rogers attraverso il progetto per gli uffici della B&B e lo stesso Beaubourg ed evolutosi dagli anni ottanta ad oggi con una sempre maggiore essenzialità formale (a cominciare con l’allontanamento dalle ostentazioni tecnologiche iniziali); ne sono nati l’edificio realizzato per la Collezione Menil di Houston, il “Twombly Pavilion”, il museo svizzero della Fondazione Beyeler, il “Nasher Sculptur Center” di Dallas ed infine la recentissima espansione del museo di Fort Worth.

Tutto bene dunque ma allora perché il risultato prodotto dall’accostamento di quest’ultimo progetto con il museo di Kahn non convince?

A ben guardare queste due architetture poste una di fronte all’altra ad una “distanza tale da poter dialogare”, aldilà delle citate similitudini, hanno un carattere molto diverso. Coerentemente con il percorso linguistico di Kahn infatti, il suo museo è dotato di una monumentalità di cui l’ampliamento recente è del tutto privo e che trascende la serena, democratica ed accogliente impostazione orizzontale che li accomuna. Il “Kimbell originale” è impostato su un podio ed enfatizzato da gradinate di accesso e dallo specchio d’acqua; la sagoma delle coperture voltate e l’ampio utilizzo dei rivestimenti di travertino conferiscono a quest’architettura una decisa, anche se priva di retorica, connotazione classicheggiante che semmai lo avvicina ad altre icone del moderno come la miesiana “Neue National Galerie” o anche il padiglione di Barcellona o il Salk Institute dello stesso Kahn.

 

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Il “Kimbell Museum” di Louis Kahn – immagine tratta dall’album di k.Muncie

 

Ammesso che di fronte ad un’architettura-simbolo come questa, l’atteggiamento più giusto sia quello della ricerca di una forma di dialogo, come del resto dichiarato dallo stesso Piano, piuttosto che di un contrasto disarmonico, allora il progetto di Piano appare corretto, ben fatto e accurato come sempre, ma non sembra aver colto il vero spirito dell’opera di Kahn uscendo indebolito da un confronto che lo pone in una posizione iniziale subordinata da cui discende la difficoltà di poter stabilire con l’originale un rapporto paritario. Da questo punto di vista Tadao Ando con il suo intervento localizzato sul lato opposto dell’area, sembra aver colto meglio la “forza classica” del Kimbell, per cui i due edifici sembrano poter instaurare un qualche equilibrio anche se non esente da dissonanze. A parte l’inserimento del progetto di Piano o la sua capacità di dialogo con il museo di Kahn comunque, esso appare meno riuscito rispetto ai precedenti già citati della stessa serie, a causa forse dell’enfatizzazione “dell’insieme strutturale pilastro-trave-pilastro” che assumendo una certa preponderanza formale tende a spiccare conferendo all’architettura un tono eccessivamente strutturalista, distonico rispetto alla serenità del contesto; un elemento non convincente questo che si ritrova anche nel “Modern Art Museum” di Ando nei pilastri ad Y.

 

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L’intervento di Tadao Ando – immagine tratta dall’album di CTG/SF

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L’intervento di Tadao Ando – immagine tratta dall’album di CTG/SF

 

In fondo però, pensando alla poesia dei giardini acquatici dell’edificio della Fondazione Beyeler o al bellissimo soffitto rifrattore di quello della Collezione Menil, si avverte soprattutto la mancanza di un’po’ di romanticismo; come sempre, si tratta di una questione di sottilissimo equilibrio.

 

http://presstletter.com/2014/04/sottilissimo-equilibrio-alessandro-leonardo-matassoni/

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