L’ALBA DEL DOMANI – di Alessandro e Leonardo Matassoni

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…… riflessioni sulla città del futuro – parte 2 ……

” …… non penso mai al futuro, arriva così presto ……”

Albert Einstein

Se ci siamo addentrati nell’era del dominio assoluto della tecnologia, quali potrebbero esserne gli effetti sulla società e sulla città come sua forma fisica?

Uno dei filoni narrativi più sfruttati dalla cinematografia fantascientifica descrive un ipotetico domani, non esattamente collocato ma non troppo lontano, in cui la società soffre di una pericolosa forma di disgregazione, una parziale atrofia dei contatti interpersonali causata dall’autoisolamento sociale.

Sono spettacolarizzazioni che drammatizzano alcune teorie ben documentate sul futuro della società (elaborate da sociologi, psicologi e scienziati) che, effettivamente, individuano elementi concreti già osservabili e convergenti verso la previsione di imminenti cambiamenti socioculturali significativi; uno dei punti chiave è l’escalation dei mezzi di comunicazione di massa.

Il progresso di questa famiglia di prodotti tecnologici sembra proiettato verso un’accelerazione iperbolica dal loro stesso massiccio successo commerciale che fatalmente, attirerà sempre più risorse economiche catalizzandone l’evoluzione; si può supporre che tale sviluppo continui sulla stessa linea, verso “forme sempre più spinte di socializzazione a distanza” pur riuscendo ad appagare il nostro atavico senso del gruppo grazie ad una realtà virtuale avanzata al punto da ingannare i sensi.

Altri segnali indicano una possibile, anzi probabile tendenza parallela verso il decentramento e la delocalizzazione del sistema produttivo con inevitabili effetti anche sulla struttura della società.

Anche in questo caso, sarà la capacità di attrarre risorse economiche a garantire la rapida avanzata dei campi scientifici coinvolti; primo tra tutti quello delle nanotecnologie.

Le stampanti tridimensionali ci fanno intravedere una diffusione dell’apparato produttivo che, con la propagazione delle nanofabbriche potrebbe completare la sublimazione dei centri di produzione, favorita dall’accrescimento vertiginoso della capacità computazionale accessibile a tutti e necessaria alla gestione delle enormi quantità d’informazione scientifica contenuta nella “rete” (la cosiddetta nuvola di intelligenza diffusa).

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WEATHER PROJECT, Tate modern, Londra – immagine tratta dall’album di John Carter

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WEATHER PROJECT, Tate Modern, Londra – immagine tratta dall’album di nathan williams

Ne conseguirebbero la graduale attenuazione della necessità di concentrare risorse materiali nello stesso luogo e nello stesso momento, quella dei grandi flussi quotidiani per il trasporto di materiali e persone, ma anche la diminuzione delle opportunità e della necessità dei rapporti diretti di tipo professionale, oltre al venir meno di alcune importanti fonti di inquinamento.

Bisogna ammettere che, tenendo conto anche solo di questi pochi fattori e dell’effetto moltiplicatore degli uni sugli altri tipico dei sistemi complessi, queste teorie acquisiscono una certa credibilità!

Allora la domanda iniziale è lecita: come potrebbe cambiare dunque il nostro stile di vita se la città dovesse limitarsi a registrare gli effetti di tali mutamenti, se dovesse finire per assecondarli passivamente?

L’indiscutibile ascesa dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, per esempio, avrà necessariamente conseguenze davvero negative o potrebbe funzionare al contrario come un catalizzatore sociale o, semplicemente, aggiungersi alle altre forme di socializzazione più diretta?

Dare risposte nette o univoche è estremamente difficile ma, per quanto ci riguarda, non crediamo ad un futuro che veda lo sgretolamento sociale in contesti alienanti, ma piuttosto ci sembra più credibile uno scenario opposto in cui la tecnologia potrebbe avere un ruolo salvifico e costituire l’elemento strategico in grado di ricondurci verso un rapporto equilibrato e più umano con l’ipertrofia cronica della città contemporanea e di quella futura.

Immaginiamo che in esso potranno coesistere spazi fisici e virtuali sfumati gli uni negli altri che col tempo, finiranno per cambiare la nostra percezione ambientale estendendola ad un livello più elevato, una dimensione aggiunta a quella fisica talmente importante da renderne necessaria la progettazione integrata a quella dedicata al corpo materiale della città.

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Fisiologia della città, Londra – immagine tratta dall’album di Eric Fischer

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Fisiologia della città, San Francisco – immagine tratta dall’album di Eric Fischer

In questa nuova realtà multidimensionale, i dispositivi personali di comunicazione ci collegheranno ai “centri nervosi” della città aiutandoci a recuperare la comprensibilità dell’ambiente urbano e di conseguenza, la possibilità di un suo uso totale; in un sistema esteso alla scala territoriale potranno consentirci di dominarlo di nuovo riportandolo in un certo senso alla scala umana, non agendovi direttamente ma ampliando le nostre capacità, la nostra consapevolezza ambientale e abbattendo i nostri limiti fisici e percettivi.

Ma soprattutto, una ipotetica forma di alienazione di massa in cupi scenari tecnologici, non ci sembra credibile perché contrasterebbe con alcune delle caratteristiche umane radicate più in profondità: certe costanti della nostra natura come il semplice senso di gratificazione che ci deriva dalla condivisione dell’esperienza attraverso la compresenza fisica di più individui, ovvero, la “socializzazione vecchia maniera”, per la quale non riusciamo a pensare che ad un ambiente di vita misurabile fisicamente, come in passato,

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con tempi di percorrenza relativamente brevi e sufficientemente compatto, complesso e dotato della necessaria ricchezza spaziale.

Qualcosa che, aldilà di qualunque revival stilistico, ricorda la realtà millenaria che come italiani ci è molto familiare.

Insomma, non crediamo possibile astrarre dalla concretezza di un contesto fisico fertile psicologicamente quei momenti “densi” che contribuiscono a dare uno spessore all’esperienza e che nascono dalle relazioni umane di ogni tipo compresa la loro forma più introspettiva, cioè l’arte.

Se presumiamo che l’attuale ipertrofia urbana sia irreversibile, dobbiamo pensare la città del futuro come un’entità dalla forma indefinita ed estesa a scala territoriale e se nel contempo, riconosciamo anche l’importanza cruciale dello spazio urbano a scala umana, allora forse potremmo immaginarcela come un sistema organico di nuclei, collegati ed immersi in un corpo ampio e filamentoso ma, finalmente, dominato e alla nostra portata grazie alla tecnologia.

Un ambiente sensibile e interattivo con le masse umane che lo animeranno, caratterizzato da salti di scala e da vari livelli percettivi, raggiungibili con le nuove capacità artificiali di cui potremo disporre.

 

http://presstletter.com/2014/11/lalba-del-domani-di-alessandro-e-leonardo-matassoni/

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