PIAZZA VERTICALE – di Alessandro e Leonardo Matassoni

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“… In realtà i media elettrici non allargano la dimensione spaziale, ma piuttosto la sopprimono. Grazie all’elettricità ristabiliamo ovunque rapporti diretti, come nel più piccolo dei villaggi….”

Marshall MacLuhan

 

M. MacLuhan nel suo famoso saggio “Il medium è il messaggio”, interpreta la storia umana come un succedersi di tensioni generate dall’emergere dei nuovi media (di qualunque genere), intesi come estensioni delle capacità e delle possibilità umane (tecnologia) e la conseguente necessità di recuperare un “equilibrio omeostatico” metabolizzandone gli effetti e, in qualche modo, combinandoli con il mondo che hanno appena sconvolto. In quest’ottica il momento storico che stiamo vivendo, sulla soglia  dell’era del villaggio globale e di una nuova sensitività universale è davvero interessante ed è evidente che l’architettura non può non registrare le inquietudini che l’accompagnano. Come dovrebbe essere allora un’architettura per una importante compagnia attiva in uno dei campi più strategici, quello dei media della comunicazione, e come impostarne il progetto in modo da allinearlo con la contemporaneità e con il futuro che si sta delineando?

Il progetto che OMA sta preparando per il nuovo Axel Springer Campus di Berlino è un grande blocco urbano per uffici pensato con l’ambizione di aprire il genere ad una nuova tipologia di spazio lavorativo.

Dalle brevi note che accompagnano le immagini visibili nel sito web di OMA, emerge l’idea di affiancare agli uffici tradizionali basati sul lavoro individuale svolto di fronte ad un monitor, altri spazi aperti ed informali pensati per recuperare la dimensione collettiva del lavoro tipica delle redazioni affollate ed indaffarate dei quotidiani, trasmettendone il senso dello sforzo comune per raggiungere una meta finale condivisa.

Lo spazio necessario a garantire una tale libertà d’uso è stato ottenuto aprendo diagonalmente il blocco compatto con un vuoto che è definito da due nicchie piene e speculari, di cui una inferiore ed una superiore che lo copre, ed è caratterizzato dall’andamento degradante delle terrazze interne dedicate agli uffici informali; dalle foto del modello risulta chiaro l’intento di innescare relazioni tra gli ambienti di lavoro formali, chiusi e agglomerati nelle due nicchie piene e quelli aperti disposti liberamente sulle terrazze; l’effetto più importante del taglio diagonale però, sarà quello di aprire l’edificio anche alla vita della città con un alto grado di permeabilità fisica ai flussi urbani.

Sempre stando alle note ed alle immagini infatti, la circolazione urbana potrà penetrare l’interno dell’edificio anche ai piani superiori per raggiungere un ponte per meeting e un “roof top bar” mescolandosi, a varie quote, alle attività che vi si svolgono ed innervandole di “linfa vitale”. Questa interconnessione tra le attività degli uffici, formali o informali, e quelle urbane è quindi l’elemento strategico che consente l’arricchimento vicendevole. Tra la piazza antistante e l’edificio infatti, sembra potersi stabilire un rapporto duale di reciprocità: la piazza sarà perfettamente visibile dalle terrazze interne e, viceversa, si può facilmente prevedere come quest’architettura aperta, una volta completata e funzionante, possa generare una forte attrattiva se ci immaginiamo l’atto di percorrerne lo spazio pubblico passante al livello strada, con la possibilità di scoprirne dal basso la grande cavità interna, terrazzata e ricca di attività.

Creare relazioni tra ambienti di lavoro formali e chiusi ed altri informali e più liberi sfruttando una spazialità fluida, di per sé, non costituisce certamente una novità, neanche per Koolhaas. Nella biblioteca di Seattle per esempio, altra opera per l’appunto dedicata ai media, questo elemento è molto evidente nell’alternarsi di blocchi funzionali chiusi e spazi fluidi verticali che  tuttavia, a dispetto della “presunta trasparenza” dell’involucro, non bastano a questa bellissima architettura oggettuale per consentirle di stabilire una virtuosa reciprocità con la vitalità dell’attività urbana; in questo senso insomma, la biblioteca resta un’architettura chiusa!

 

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L’involucro vetrato della Central Library di Seattle, OMA, 2004 – immagine di Rob Ketcherside

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Central Library, OMA – immagine di Darren Poon

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Central Library – immagine di Darren Poon

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Central Library – immagine di Sarah Han

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Central Library – immagine di Darren Poon

 

Analogamente, ripercorrendo la storia dell’architettura moderna, anche se con le debite distanze concettuali, vengono in mente molti altri illustri esempi di splendidi edifici ma che, come la biblioteca di Seattle, probabilmente (visto che il campus è ancora sulla carta) sono meno stimolanti di quello prefigurato dal progetto per il campus berlinese, poiché basati su relazioni spaziali di un tipo più contemplativo e intimistico.

 

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Il grande atrio coperto e sistemato a giardino del Ford Foundation Building, costruito da Kevin Roche a New York nel 1968 – immagine di inhabitat – Gli spazi di lavoro formali sono agglomerati nelle due ali perimetrali e si affacciano sullo spazio informale dell’atrio con cui si attivano relazioni spaziali di tipo contemplativo

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Gherkin Tower, Sir Norman Foster, Londra, 2004 – immagine di Richard Barrett-Small – anche nelle torri di Foster spazi di lavoro formali ed informali, rappresentati da atri disposti a varie altezze

 

Tutto ciò dipende dal nostro interesse primitivo per tutto quello che succede all’interno della “tribù” ?

Dipende dalla nostra attitudine alla socialità?

Sta di fatto comunque, che coinvolgere la vivacità della città, compatibilmente all’attività svolta in un’architettura come questa, equivale a trasportarne lo spettacolo all’interno dei suoi spazi rendendoli più stimolanti e interessanti in quanto capaci di attivare relazioni speculari con l’ambiente urbano, non solo spaziali ma anche sociali, relazioni dunque partecipative ed inclusive per definizione.

Il punto centrale è che esiste sempre una dimensione psicologica dalla quale l’architettura non può mai prescindere senza conseguenze.

In definitiva l’intuizione migliore di questo progetto sembra consistere nel fatto che il ventre dell’architettura che anticipa potrebbe essere immaginato come una “piazza verticale” in cui salendo di quota si potrà passare gradualmente dalla dimensione sociale a quella privata. Sviluppare quest’idea porterebbe davvero ad un certo grado di novità, che non consiste però nel proporre un nuovo tipo di ambiente lavorativo ma nel suggerire un nuovo modello di spazio sociale avvolgente; e questo è molto più interessante.

http://presstletter.com/2016/02/una-piazza-verticale-di-alessandro-e-leonardo-matassoni/

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