DOVERE NATURALE – di Alessandro e Leonardo Matassoni

primo passo luna leggerissima

“……….. Abbiamo deciso di andare sulla luna. Abbiamo deciso di andare sulla luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese, non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre…………..……….……… Be’, lo spazio è lì e noi partiremo alla sua conquista e anche alla conquista della luna e dei pianeti, verso nuove speranze di conoscenza e di pace. Chiediamo quindi la benedizione di Dio per l’avventura più pericolosa e rischiosa, ma anche per la più grande impresa che l’uomo abbia mai affrontato.”

John F. Kennedy, Huston, Texas 1962

 

La coscienza umana può essere definita come la capacità di creare un modello del mondo in grado di consentirci di prevederne gli eventi; la possibilità di prefigurare il futuro attraverso il pensiero astratto, ci ha dato un grande vantaggio evolutivo e da questa abilità cognitiva discende tutto quello che ci distingue come esseri umani; la tensione al superamento dei propri limiti naturali, l’attitudine alla modificazione dell’ambiente, quella verso il miglioramento delle condizioni di vita, ma anche l’arte, la scienza, i desideri e gli ideali! Comunque la si pensi, che tutto questo risponda ad un disegno divino o che sia il frutto delle cieche forze dell’evoluzione, sta di fatto che rimanere fedeli a questa indole proattiva e propulsiva che ci spinge al “fare”, costituisce un dovere naturale che abbiamo nei confronti di noi stessi e dell’opportunità che ci è stata offerta come specie intelligente e che rinunciarvi invece, sarebbe un tradimento della nostra stessa natura. Se nel corso della storia avessimo commesso questo peccato, non avremmo costruito ponti, non avremmo inventato la democrazia, né la città, non avremmo mai potuto organizzare alcuna società civile!

Non avremmo mai fatto alcun “primo passo” in un campo inesplorato!

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Missione Apollo 11 – Apollo Project Archive, NASA

La motivazione dell’ultimo Pritzker assegnato ad Aravena cita l’impegno dedicato al miglioramento degli spazi urbani per poter rispondere alle sfide sociali ed economiche di oggi; in questo, il premio si allinea ad una tendenza diffusa e già in atto da un po’! L’attenzione all’aspetto sociale insieme a quella per l’ambiente infatti, sono tra le più sentite istanze che il XXI secolo ci pone di fronte o che ci ripropone! La soluzione di Aravena consiste nell’organizzare in serie semplicissimi ed economici alloggi minimi modulari già predisposti per essere ampliati direttamente dai rispettivi utilizzatori. Si vuole coinvolgere direttamente la comunità nella creazione del proprio ambiente di vita! A prima vista, un’idea non priva di fascino! Così, ai moduli pieni contenenti gli alloggi originali, si alternano quelli vuoti da saturare via via con l’autocostruzione di nuovi volumi nella più ampia varietà di materiali, tecniche e sistemi, a formare un insieme con un aspetto finale non molto dissimile dal tessuto spontaneo delle favelas, salvo che per l’ordine geometrico imposto inizialmente. Si tratta sicuramente di un esperimento sociologico interessante ma, di fronte al risultato finale, francamente, si rimane perplessi! Cosa si vuole ottenere?

Semplicemente tamponare un’emergenza sociale?

O spazi urbani di alto livello?

Un coinvolgimento diretto di questo tipo era stato ipotizzato già nel “Piano per Algeri” del 1930 da Le Corbusier con alcune differenze sostanziali però; aldilà del suo impatto territoriale infatti il piano prefigurava un’azione volta alla moltiplicazione del suolo pubblico da dividere in lotti affidati all’iniziativa privata ma ricompresi all’interno di una macrostruttura le cui linee forti sarebbero riuscite a prevalere sul caos interno generato dall’introduzione dell’elemento dell’arbitrarietà, a differenza della soluzione di Aravena in cui tende invece a prendere il sopravvento! In giro per il mondo non di rado si assiste al coinvolgimento popolare diretto, sotto forma di consultazione pubblica per esempio, in decisioni dalle quali dipende la qualità urbana, considerandolo una forma di democratizzazione di un processo decisionale in genere, precluso ai più.

L’approccio dal basso, esercita una notevole presa mediatica infatti ma c’è da chiedersi seriamente se sia il modo più giusto di procedere o solo il più comodo. Nel caso specifico, a dirla tutta, pensare di poter raggiungere un alto livello qualitativo attraverso un coinvolgimento così profondo degli utenti finali, spinto fino all’autocostruzione e lasciando tutto questo spazio all’arbitrio personale o di un gruppo sociale più o meno ampio, ci sembra piuttosto ingenuo salvo che per il promotore stesso dell’idea! Aravena infatti, da architetto d’alto profilo qual’è, sa bene come si possa ottenere la qualità in architettura e, per assurdo, lo dimostra contraddicendo sé stesso, proprio nei suoi progetti più costosi e fatti per committenze ben diverse. E’ per questa contraddizione abbinata al fatto che cavalca un’onda così conveniente in termini di promozione personale che, ad un osservatore smaliziato, quest’idea di architettura sociale potrebbe apparire cinica e calcolata. Ma in generale, al netto delle teorie che seguono scaltramente la tendenza in voga, da dove deriva il suo appeal?

Una ragione indiretta che però ha un notevole peso, è lo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti della possibilità di poter creare spazi urbani contemporanei di alta qualità architettonica. Un sentimento diffuso che vizia il processo decisionale e nasce dalla delusione prodotta dai risultati fallimentari dell’urbanistica del XX secolo, la cui carenza principale è stata quella di affrontare la città con mezzi inadeguati alla complessità del problema, ovvero con un’arida procedura analitica, più vicina alla logistica di un magazzino che a ciò che dovrebbe essere la progettazione di spazi di vita (cioè un’attività del tutto simile a quella architettonica salvo che per il livello di definizione). E’ probabile che il ritmo di crescita delle aree urbane durante il secolo scorso non avrebbe consentito nulla di meglio che potesse starle al passo ma oggi questo processo, in occidente almeno, ha rallentato fino ad esaurirsi lasciandosi dietro molti insuccessi e pochissimi esempi riusciti e proprio per questo offrendo anche la possibilità di trasformare le nostre città in laboratori avanzati di ricerca perché più che un rischio, visto che non abbiamo da perdere granché, si tratta di un’opportunità da cogliere che potrebbe riportare le città europee sul fronte dell’avanguardia.

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Salginatobel, Robert Maillart 1929, Cantone Svizzero dei Grigioni – immagine di  Ikiwaner

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Large Hadron Collider, CERN, Ginevra – Image Editor

Flyaround of the Hubble Space Telescope (HST) after deployment on this second servicing mission (HST SM-02). Note the telescope's open aperature door.

telescopio spaziale Hubble – NASA on the Commons

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Missione Apollo 11 – Apollo Project Archive – NASA

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Missione Apollo 11, il primo passo – Apollo Project Archive – NASA

Ma tutto questo presuppone un coraggio che manca!

Da parte degli architetti esigerebbe il recupero della capacità di saper offrire la visione di una vita diversa, la riappropriazione del proprio ruolo e la consapevolezza della sua centralità e da parte della classe politica il fegato di mettersi in gioco!

Invece, proprio chi dovrebbe avere una funzione guida è paralizzato da una forma di ignavia culturale che sfocia nell’illusione di poter scaricare il peso della responsabilità su varie altre componenti sociali, mascherando una ritirata vergognosa in un’alta forma di democrazia partecipativa. Sia chiaro che non escludiamo che ci possa essere la possibilità di mettere a punto una “procedura inclusiva” ma le questioni tecniche in questo contesto, interessano meno! Ci preme invece sgombrare il campo dalla retorica compiacente e dall’ipocrisia politicamente corretta e ribadire che, quello progettuale, è per definizione un processo esclusivo e che l’Architetto demiurgo, come figura alla quale è affidato l’alto ruolo sociale di creatore di spazi capaci di determinare la felicità collettiva, non appartiene affatto al passato ma esiste ancora eccome! Anzi è questa la sua unica versione possibile! Che sia per timore o per l’incapacità di essere abbastanza propositivo, egli  comunque non può assecondare il qualunquismo dell’opinione pubblica, pur comprensibile, opponendovi anzi un idealismo che dev’essere recuperato. La pretesa di considerare questa figura superata da quella di un opaco mediatore, che si limita, “molto democraticamente” e passivamente a recepire e forse un po’ anche a domare le correnti che increspano il mare del pensiero collettivo, è pura mitologia contemporanea! Se accettassimo questo dovere naturale, come fanno da sempre gli scienziati, dando il proprio contributo al progresso con coraggio e idee avanzate allora forse, nel prossimo futuro, potrebbe esserci la possibilità di riuscire anche nella messa a punto di un approccio dal basso davvero evoluto al complesso problema progettuale della città utilizzando un metodo aperto. Forse elevato al rango di “teoria scientifica della reazione psicologica media allo spazio”, che ancora non esiste.

Ma è probabile che con tutto ciò finiremmo per scoprire quello che l’Architetto sa già!

 

http://presstletter.com/2016/03/dovere-naturale-alessandro-leonardo-matassoni/

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