LA META’ OSCURA – di Alessandro e Leonardo Matassoni

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riflessioni sulla densità e sulla sostanza umanistica della città

 

 

“L’uomo è una fune sospesa tra l’animale e il superuomo, una fune sopra l’abisso. . . . Quel che è grande nell’uomo è che egli è un ponte e non una meta: quel che si può amare nell’uomo è che egli è transizione e tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non per tramontare, perché sono coloro che passano dall’altra parte.”

 Fiedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1885

 

 

Che la condizione umana sia ancora profondamente legata alle nostre origini primitive, evidentemente, Nietzsche lo aveva capito e già da un po’ ormai, è un fatto riconosciuto anche in ambito scientifico.

La maledizione del paleolitico” o “il principio dell’uomo delle caverne” sono le formule evocative usate da biologi, psicologi e sociologi, che concordano nel ritenere che alcuni tratti istintivi, tipicamente umani, ne siano una conseguenza diretta. Dal passato più remoto ci trasciniamo dietro un complesso insieme di regolarità ereditarie che si manifestano in un’infinità di modi come per esempio, tra i più ricchi di conseguenze, l’interesse innato di ogni individuo nei confronti degli altri, oppure l’istinto tribale che ci spinge a far parte di un gruppo.

L’intera storia umana potrebbe essere riletta da questa prospettiva!

La cosa più interessante per noi è che questa “metà oscura” determina anche il grado di attitudine sociale dell’ambiente. Con questa premessa potremmo interpretare i comportamenti al livello individuale così come collettivo.

Calandoci nella cronaca recente per esempio, è interessante notare come, dopo il terremoto, l’idea del  com’era e dov’era, sia riemersa spontaneamente dal basso.

A scanso di equivoci precisiamo subito la nostra posizione; consideriamo ammissibile il com’era e dov’era  solo in quei rari casi in cui si tratta di ripristinare l’integralità di un insieme urbano di alto valore entrato nell’immaginario comune. In poche parole se ci riferiamo ai monumenti è un conto, ma in ogni altro caso, siamo nettamente contrari all’idea.

Comunque da più parti si è sostenuto che questa fosse l’unica soluzione in grado di garantire il recupero della vita dei centri distrutti, come a dire che la comunità colpita, se privata del suo scenario di vita materiale, non avrebbe più potuto riallacciare quel sistema di relazioni che ne sono il legante. Implicitamente si è riconosciuta l’esistenza di un nesso stretto tra la densità fisica e relazionale, tipiche del tessuto storico, e la vitalità sociale di un luogo urbano.  Dunque, d’istinto più che con il ragionamento, si è intuita la sostanza umanistica della città storica.

Si è “fiutata” una verità apparentemente semplice che potremmo sintetizzare enunciando il seguente principio antropico.

“La città storica è il risultato di un lungo processo di evoluzione naturale, attraverso il quale le dinamiche sociali si sono autocostruite la propria zona di comfort come se fosse uno scheletro corallino ed è dunque ovvio che essa abbia questo contenuto umanistico”!

Il punto è che invertire il processo, cioè innescare la socialità attraverso un ambiente artificiale appositamente creato non è scontato, come abbiamo dovuto imparare a nostre spese!

Tuttavia ci chiediamo: è mai possibile che oggi, nonostante le possibilità tecniche infinitamente superiori, non si possa fare di meglio della città storica? E’ possibile che non si possa simulare in vitro questo lento processo spontaneo?

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città sull’acqua: relazioni spaziali


Tornando al terremoto, bisogna riconoscere che la situazione lasciata da un evento del genere, non è certo favorevole: troppa l’emotività e troppo poco il tempo disponibile! E infatti, ci si è incanalati subito verso la riproduzione letterale, tout court, anche della forma della città storica. Il com’era e dov’era appunto!

Da una prospettiva più generale,  è ancora più evidente che il ricorso a forme del passato, prodotte da un sistema economico-sociale che non esiste più, è un’assurdità bella e buona! Si è vero, la città moderna ha prodotto esperienze dolorose e “l’elite” culturale ha rinunciato da tempo all’ideale di creare spazi capaci di elevare lo spirito, anche laddove ci sarebbero tutte le condizioni per poterlo fare: la necessità, il tempo e nulla da perdere, cioè nelle periferie.

Piano ha ragione allora quando dice che la sfida del futuro è nelle periferie, ma il rammendo non può che essere un approccio debole.

Il fatto che questa fase storica sembri richiedere tattiche di guerriglia più che battaglie campali inganna, perché fa pensare che la strategia delle ricuciture sia scaltra abbastanza da massimizzare i vantaggi, e forse lo è se si limitano gli obiettivi; tuttavia, per incidere davvero sulla qualità dello spazio urbano contemporaneo non basta fertilizzarlo con interventi puntuali perché il difetto è costitutivo ed è la mancanza strutturale di densità!

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città sull’acqua: periferia densa

 

Il modello urbano funzionalista è stato concepito sotto l’effetto dello spirito moderno, meccanicistico e semplificatore, e il suo sacro divieto per la densità ha finito per produrre spazi amorfi e troppo rarefatti per consentire l’innesco di qualunque catalisi sociale.

Allora, se tutto questo è vero, la densità è una categoria da riabilitare!

 

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città sull’acqua: permeabilità e commistioni

 

Va recuperata l’essenza di certi luoghi urbani, quella “corposità” che emerge spontaneamente dai corretti rapporti di prossimità, dalle giuste relazioni spaziali, e da ambienti a scala umana misurabili con tempi di percorrenza paragonabili a quelli della città storica.

Uno spazio urbano a scala umana non può essere rarefatto perché i limiti percettivi dovrebbero esserne “il modulo”. E’ da essi infatti che nasce quel senso tattile della mente con cui ognuno di noi traccia la propria mappa di uno spazio fisico completata dal suo omologo emotivo. Fin dove si riesce a vedere o a udire qualcosa sufficientemente bene per poterne essere interessati? Fino a quale distanza ciò che viene detto e fatto ci catturano l’attenzione? Tutto ciò presuppone un alto tenore di permeabilità di cui la città storica è sprovvista ma, d’altra parte, densità non significa necessariamente compattezza o chiusura delle superfici e non nega affatto né la fluidità, né le commistioni!

Se la calibratura di tutti i reagenti è corretta, entrano in gioco le regolarità ereditarie, la nostra metà oscura, che come leggi di natura, per necessità, attivano i processi sociali!

Forse nel prossimo futuro ci saranno nuove risorse per affrontare la vexata quaestio,  in attesa delle quali potrebbe valer la pena adottare oggi, un approccio più prudente ma, di sicuro, il qualunquismo scettico verso il nuovo in architettura dovrà essere superato. Se vogliamo entrare in una nuova fase dobbiamo liberarci di tutte queste scorie postmoderne!

Come architetti invece, dovremmo andare oltre il preconcetto modernista sulla città storica non certo per riprodurla assurdamente, com’era e dov’era, ma per capirla in profondità e coglierne gli elementi archetipici e arcaici; quelli che meno hanno a che fare con le questioni di linguaggio. Quelli umani!

Si tratta di assumersi la responsabilità di questo obiettivo. Tradurli in una forma radicalmente nuova, armati di quel coraggio che deriva dalla lucida consapevolezza, dal superamento del complesso di colpa postmoderno e dalla maturazione che questo comporta.

Un coraggio che manca.

 

http://presstletter.com/2016/10/la-meta-oscura-di-alessandro-e-leonardo-matassoni/

 

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