LA CITTA’ ASTRATTA – di ARCHITETTURA MATASSONI

circ 1

LA MATRICE MILLENARIA

 

“… ben pochi sforzi sono stati compiuti per sondare la possibilità di elaborare modelli sociali completamente nuovi e per metterli alla prova dell’esperienza.  In realtà, finché i problemi della ricostruzione sociale non prenderanno, almeno in parte, il posto dell’interesse per la scienza e per la tecnica che occupa attualmente le migliori menti, la fantasia umana non sarà in grado di dar corpo a nuove e realistiche alternative…”

Erich Fromm – AVERE O ESSERE 

 

 

 

“…Per vedere, aldilà dei limiti, il sottile cuore delle cose, liberati dei nomi, dei concetti, delle aspettative, delle ambizioni e delle differenze...” così scriveva, venticinque secoli fa, Lao Tzu nel Tao te Ching … e ancora “se ne parli troppo (del Tao) la tua comprensione si esaurisce“, come a dire che se il Tao, la matrice originaria, fosse limitato se ne potrebbe parlare, ma dato che non è così, non può essere razionalizzato.

Dividere, classificare, razionalizzare, definire ed inquadrare una complessità, figuriamoci Dio o il Tao, e ridurla a modelli semplificati, è sempre stato l’approccio tipicamente occidentale che inizia, più o meno, nello stesso periodo in cui visse Lao Tzu, ma dalla nostra parte del mondo; in Grecia.

E’ quello il luogo e il tempo in cui la modernità affonda le sue radici che poi si allungano attraversando la storia, passando per la rinascita scientifica del XVI secolo, per Cartesio che con il suo “cogito ergo sum” dichiarò la separazione dalla natura perfino dell’Io cosciente, e poi su, fino alla rivoluzione industriale, alla modernità e al nostro tempo. La contemporaneità ha ereditato questa forma mentis, analitica e dissociante, dai secoli che l’hanno preceduta. Il realismo basato su modelli, così si chiama in ambito scientifico, può essere considerata una delle principali strutture filosofiche della civiltà occidentale e le ha consentito di raggiungere grandi traguardi, ma ha funzionato male là dove la fredda logica della mente razionale non può essere sufficiente ad affrontare questioni che richiedono un punto di vista più olistico, come nel sociale. L’approccio scientifico infatti contiene un “baco” che lo stesso Einstein dimostrava di aver intuito quando affermava che quanto più uno strumento di conoscenza, nel suo caso la matematica, è preciso e coerente internamente, tanto più si allontana dalla realtà. Lao Tzu avrebbe detto che “affilare troppo una lama le fa perdere il filo”!

Nonostante ciò, la cultura occidentale, ormai impressa da questa matrice millenaria, lo ha applicato  in ogni dove, anche alla città non appena la pressione delle trasformazioni moderne ne ha fatto necessariamente un “oggetto di studio”. Il risultato non poteva che essere l’ambiente urbano che conosciamo. Fino a quella fase storica, la città era sempre stata un organismo, un “guscio vivo” per le dinamiche sociali passato attraverso trasformazioni naturali seppur lente e graduali, ma da quel momento in poi, per sostenere le nuove pressanti esigenze dell’industria, si è trasformata in un “magazzino di umanità”, in uno spazio produttivo da organizzare. Serviva quello, uno spazio organizzato per le nuove necessità tecniche! L’area produttiva la si posizionava lì, dove le vie di comunicazione potevano consentire un miglior approvvigionamento, vicino all’area di stoccaggio delle materie prime. Tra queste la più importante di tutte, la forza lavoro, con i suoi alloggi lontani quanto basta a trovare lo spazio sufficiente ma non eccessivamente, in modo da poter coprire la distanza rapidamente con i nuovi mezzi di trasporto. Uno spazio allestito come una catena di montaggio però non ha i caratteri di una città ma quelli di un luogo astratto basato su una rappresentazione astratta della società vista come “superorganizzazione”.

Come l’essere mostruoso di Frankenstein, lo spazio urbano contemporaneo è il frutto deforme di un effetto collaterale della nostra evoluzione culturale che ha traviato un sano principio organizzativo trasformandolo in questa opprimente struttura sociale; la superorganizzazione! Rendercene conto è vitale perché è proprio la città a definire le dinamiche sociali e ad esserne a sua volta definita, in un rapporto duale di coevoluzione ambiente-società! E infatti le ricadute reciproche ci sono eccome e coerentemente alla sua astrattezza, non poteva che viverci gente alienata; la superorganizzazione forma individui standardizzati perché ha bisogno che siano conformi ai requisiti richiesti dal sistema anzi, individui che si sforzino di essere quei buoni ingredienti perfetti per esso, del tutto addomesticati e prevedibili, medi, meglio ancora se privi di una coscienza critica e distratti da futilità acquistabili; panem et circenses. Tanto basta!

Il nostro spazio urbano non è soltanto uno scenario ed ha anzi una parte attiva nella promozione della medietà perché è prodotto da un’etica sociale spinta che, come dice Huxley, fa di necessità virtù legittimando, anche sul piano dei valori, l’aberrazione moderna dell’eccessivo tecnicismo. Così è avvenuto che l’organizzazione necessaria alla crescita sana di un consesso umano, a un certo punto della storia, abbia preso il sopravvento e da mezzo utile al raggiungimento di un fine, anzi del “Fine” che è l’uomo, sia diventata essa stessa lo scopo ultimo e il suo valore, da strumentale e derivato, sia diventato assoluto. Ne nasce un problema enorme perché, senza falsa retorica, dobbiamo ammettere di non essere del tutto sociali come certe specie di insetti, e che non si può vivere bene nell’alveare perché la natura ci ha dotati di una preziosa individualità; chi ci vive senza alcun disagio, semplicemente non ha coscienza di essere assuefatto a questa condizione forzata. Chi invece mantiene la sua sanità mentale grazie alla propria indipendenza di pensiero, ne soffre la severa prosaicità e spesso paga il prezzo dell’emarginazione che consegue a scelte di vita disallineate.

La pseudocittà prodotta dalla superorganizzazione sociale è surreale perché è eccessivamente dilatata e non commisurata alla scala umana, al raggio d’azione dei sensi  e del corpo, come invece è la città storica. E’ astratta perché è un’astrazione di città, priva della sua complessità e non abbastanza densa di relazioni; ma di questo ci siamo già occupati in altre occasioni. Certo che usare una prospettiva storica così ampia per inquadrare il problema dello spazio urbano intimidisce, nel senso che insinua il dubbio di non potervi incidere granché se non con interventi di superficie e che ogni altra idea più ambiziosa di questa, sia minata da una certa ingenuità di fondo. Come architetti, la cosa ci mette a disagio.

Forse Lao Tzu avrebbe suggerito che anche questa attitudine proattiva, quest’idea di poter intervenire sulla città alla grande scala, è un altro retaggio della nostra cultura. Mettendo provocatoriamente tutto in discussione, si potrebbe pensare che la soluzione venga da sé, con il tempo, come ha sempre fatto del resto, solo che ora siamo abituati a pensare di poter programmare tutto, mettere tutto sotto il microscopio, cambiare tutto, intervenire su tutto; e tutto cambierà sempre più rapidamente, con quali effetti è davvero difficile da immaginare ma la direzione è certa e punta verso un grado di tecnologia sempre maggiore. E’ possibile che nel futuro, la soluzione al problema creato dal tecnicismo immaturo della modernità ci venga offerta proprio da una sua forma più evoluta?

 

About This Author

Post A Reply