RANE BOLLITE

MAGRITTE

“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.

Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.”

Noam Chomsky

 

LA PREMESSA… Nei suoi libri di fantascienza, Asimov costruisce le vicende intorno alla possibilità di prevedere i grandi flussi storici attraverso le equazioni matematiche di una scienza chiamata “psicostoria”. I romanzi asimoviani si basano sull’idea che il comportamento dell’umanità, immaginata in un lontano futuro numericamente molto più vasta che adesso, risponda nel complesso a regole universali tanto da poter essere previsto con la stessa esattezza consentita dalle leggi della fisica. In questo scenario l’ostacolo dell’imponderabilità dell’arbitrio individuale verrebbe superato dalla statistica dei grandi numeri. Un’idea non del tutto nuova a dire il vero, che ricorda da vicino il concetto humiano di scienza della natura umana. Quella asimoviana è fantascienza ma con un solido fondamento nella realtà perché esistono davvero delle regolarità comportamentali ed esiste un software biologico che al presentarsi di situazioni ambientali ben precise, a cui siamo stati presensibilizzati dall’evoluzione, ci fa agire in modo programmato. Stando così le cose, si può pensare che gli effetti di questi schemi d’azione si amplifichino al livello collettivo contribuendo a definire i vettori della storia e avvalorandone una concezione che chiamerei fatale. Un’interpretazione secondo la quale, i grandi eventi avvengono in un certo modo per necessità, perché la natura umana è quella che è, il che ci porta ad attribuire al criterio storico fatale una sua credibilità scientifica, diciamo “sociobiologica”.

PRIMO REAGENTE… Tuttavia come Wright Mills penso che non sia esaustivo e che in passato come oggi, abbia sempre avuto un ruolo essenziale anche il fattore deterministico, ossia l’effetto delle decisioni individuali prese dai potenti o da ristrette cerchie particolarmente influenti. Credo che sia sempre stato così, ma che sia vero tanto più in epoca moderna e ancora di più oggi a causa dell’andamento esponenziale di quel processo di centralizzazione del potere innescato secoli fa dal progresso tecnico-scientifico. Insomma non tutte le epoche sono ugualmente fatali e il bilanciamento con il fattore deterministico si è modificato molto col tempo spostandosi sempre di più verso quest’ultimo fino a raggiungere un apice durante la postmodernità. Si possono fare almeno due valutazioni su altrettanti fenomeni contemporanei che appoggiano quest’affermazione che di primo acchito, potrebbe sembrare poco fondata: il primo è la velocità con cui si susseguono gli eventi che non ha precedenti a causa dell’effetto catalizzatore della globalizzazione. Il secondo, strettamente connesso al primo, è la straordinaria quantità d’informazione che abbiamo a disposizione rispetto a prima. La conseguenza della loro combinazione è che, pur essendo sempre difficile valutare le situazioni in cui si vive, la storia è più leggibile che non nel passato e se si è intellettualmente attrezzati di capacità critica, ciò che allora sarebbe stato difficile anche solo intravedere, oggi può essere visto. In altre parole, il metabolismo accelerato del villaggio globale in un certo senso, secolarizza anzitempo i fatti. Tra quello fatale e quello deterministico però, c’è un terzo fattore che in certi precisi momenti e solo in quelli, diventa di gran lunga il più pesante nel definire i cardini della storia ma anche il più insondabile ed è per questo che qui, non posso che tralasciarlo. Mi riferisco a quell’ombra d’una “enorme mano destra”, il caso oppure Dio ma comunque quel qualcuno o quel qualcosa “al quale non si può ribattere”, come dice Victor Hugo (digressione sulla battaglia di Waterloo). Dunque, proseguendo solo su ciò che non vola alto sopra la comprensione umana, possiamo dire di avere davanti agli occhi un primo importantissimo elemento per “decifrare” i nostri tempi: l’aumento di peso del fattore storico deterministico rispetto a quello fatale ossia, più semplicemente, l’inflazione del processo di accentramento del potere! Un secondo elemento ci riporta ancora alla natura umana e, del resto, come potrebbe non farlo? Vediamo qual’è.

SECONDO REAGENTE… Le leggi del comportamento umano a cui accennavo, attivano cliché pericolosi. Perché? Perché la gravosità del pensiero logico ci spinge verso la comodità di quello automatico; pensare automaticamente infatti è allettante perché è veloce e non costa sforzo, ma è anche un processo approssimativo che evita la complessità del mondo per una più gestibile semplificazione, sostituendo spesso ad una conclusione ragionata un’impressione. E’ la nostra stessa condizione esistenziale a costringerci tra l’incudine di queste debolezze cognitive e il martello di dover compiere rapidamente scelte e valutazioni! Il risultato di questa euristica del comportamento è la pigrizia mentale origine di quel tipo di torpore intellettuale che è il fattore N° 2 da tener d’occhio e che, per ora, lascio lì.

TERZO REAGENTE… Tra le moltissime e diverse conseguenze del pensiero veloce probabilmente si potrebbe includere anche uno schema comportamentale tipicamente oscillatorio che ci porta ad una visione del mondo tendente a sbandare tra un eccesso e il suo opposto oltrepassando sempre un ragionevole punto di equilibrio. Ci stimiamo esseri razionali ma, in realtà, siamo dominati  dall’emotività; è naturale, per esempio, che dopo un’esperienza dolorosa si reagisca in modo uguale e contrario e proporzionatamente alla profondità della traccia emotiva che ci lascia, ossia fuori dal regno della razionalità. Anche collettivamente questa brutta abitudine ci espone ad un folle pendolarismo che ci ha spinto di nuovo all’opposto rispetto al recente passato. Così, se l’approccio fideistico alle idee tipico del secolo scorso ha lasciato esperienze dolorosissime, la contemporaneità sta riuscendo nel paradosso di credere che non si possa più credere quasi a nulla e nell’assurdità di trasformare in religione persino lo scetticismo postmoderno! Potremmo anche vederla così: sembra quasi che l’umanità sia condannata a vivere l’aberrazione di un continuo rimbalzare tra l’una e l’altra delle due principali matrici filosofiche della modernità, il razionalismo e l’empirismo, ma entrambe estremizzate, interpretate rimpiazzando l’Uomo con un’astrazione. Il problema però è che, a nostre spese, si è accertato il fatto che degradando il primo si rischiano guerre ideologiche e disumanizzando il secondo invece si scade nella miseria morale. Goya, non a caso durante un altro periodo oscuro della storia europea, scrisse che il sonno della ragione genera mostri: ecco, ci risiamo! Insomma, evidentemente le ideologie del secolo più sanguinoso della storia non sono bastate e ce ne siamo inventata un’altra, non so se meno tirannica ma senz’altro più assurda; una specie di “fede agnostica”. Il suo nonsenso produce una clamorosa ritirata su tutta la linea del fronte dell’idealità spacciata per un segno di maturità morale quando invece non è altro che un chiaro sintomo di decadenza e di pesante anestetizzazione dell’esperienza valoriale. Ora che stiamo attraversando uno dei più meschini, prosaici ed eticamente miserabili periodi storici, o, per dirla con Thoreau, ora che “i nostri alati pensieri si sono fatti pollame”, quanto sembrano distanti quelli in cui invece si è osato credere con slancio nelle capacità umane, immaginare utopie! Anche se per il suo carattere ontologico fossimo disposti ad accettare, almeno un po’, questa nostra inclinazione oscillatoria come si farebbe con un difetto congenito, un errore di natura, dev’esserne di sicuro esecrata ogni distorsione indotta in modo surrettizio. Come individuare certe aberrazioni poi, è una questione a cui non posso che rispondere genericamente con un “solamente rimanendo fedeli alla propria natura libera” oppure con un “usando il faro della propria coscienza critica” , o altre amenità di questo genere. In ogni caso, abbiamo sul tavolo il terzo elemento: il cinismo!

RICAPITOLANDO… Non so se è chiaro a questo punto, ma abbiamo tre reagenti da tenere attentamente lontani perché se mischiati, sono in grado di innescare una reazione chimica esplosiva. Ricapitoliamo:

  • Il primo è l’impennata del processo di accentramento del potere nelle mani delle élite.
  • Il secondo, che ne favorisce gli esecrandi piani, è quel particolare torpore intellettuale che colpisce le masse paciose e assuefatte alle libertà democratiche e il loro conseguente approccio da “minorenni naturali” alla complessità del mondo.
  • Il terzo, che purtroppo spalanca definitivamente la strada al primo, è il cinismo della contemporaneità che provoca una forma perniciosa di distacco qualunquistico.

LA TRAVIATA… In questa reazione chimica, la parte dell’innesco è giocata dalla perversa, quanto apparente, convergenza d’interessi tra le élite e quella che dovrebbe essere la loro controparte naturale: la massa sociale di orientamento progressista. Ovviamente si tratta di un inganno perpetrato dalle prime a cui fanno buon gioco le propensioni morali, opportunamente traviate, della seconda. Questa strana combutta assomiglia molto ad una circonvenzione d’incapace perché si regge sulla malafede di un socio, e sull’incapacità d’intendere dell’altro il cui errore grossolano è la trasfigurazione dei propri valori. Più esattamente il “malinteso” sta in quella forma di egualitarismo massimalista e radicalizzato e nella sua pseudo-morale, il mito fondativo sfruttato dalle élite per aver presa sulla dabbenaggine pubblica, che tende ad annullare ogni distinzione seppur naturale, ogni identità, ogni membrana seppur porosa, che con la sua maschera umanitaristica copre vili interessi confondendo i sacri diritti che ogni uomo e donna ha come corredo naturale per il solo fatto di esser venuto al mondo, con quelli civili, confonde l’Uomo col Cittadino. E infatti, guarda il caso, quest’inclinazione massificante con l’internazionalismo che l’accompagna nel suo concetto di mondo,  sono una forma di  “globalismo ante litteram”, un terreno di coltura perfetto per l’attecchimento del progetto oligarchico planetario. Nel minestrone ideologico progressista-globalista però ci si dimentica sempre un principio di base: quello secondo cui il riconoscimento dell’altro passa per la valorizzazione identitaria di entrambi perché è una questione di reciprocità, non attraverso l’appiattimento forzato e la negazione delle peculiarità personali, culturali, bensì per la loro accettazione, non per la repressione ma per l’apertura. E’ una forma mentale pericolosa? Beh dipende; se lo è, lo è come voler essere sé stessi, come voler essere gli individui unici che siamo e, in fin dei conti, come voler essere umani.

BOOOOOM!!… Complottismo? Ma come si può negare che queste forze dotate di volontà precise esistano davvero? Come negare che esista nel mondo una forma di potere non costituito in istituzioni riconosciute pubblicamente, privo di struttura ufficiale, di un contropotere democratico eppure reale e ai cui possessori il globalismo ha spalancato il mondo? E guardandosi intorno anche solo un po’, come si può negare l’esistenza di questo ordine tacito che non tollera confini e limiti alla sua azione per la quale usa servi di alto rango politico come presidenti, capi di stato e primi ministri e lacché di pari livello, nel mondo dell’economia, della finanza, dell’informazione, dell’industria, dell’università? Eppure in qualche caso, certi piani sono stati dichiarati candidamente addirittura da più di quarant’anni. Solo per fare un esempio, c’è il rapporto di Kyoto del 1975 a testimoniarlo; intitolato significativamente “The Crisis of Democracy”, quel documento fu stilato in seno alla Trilateral Commission (fondata due anni prima da David Rockfeller), che è quella specie di parlamento planetario i cui membri però sono scelti dai potenti del mondo. In questo illuminato documento si constata l’inefficienza e la crisi politica delle istituzioni democratiche da cui consegue la necessità di rafforzarne gli esecutivi, meglio ancora se di tipo tecnico; certo l’aderenza alla volontà popolare ne sarebbe stata molto diluita ma pazienza, ma lo si farebbe per una nobile causa. Forse una bella commissione con i suoi sommi sacerdoti inviati dall’iperuranio della governance lì, dentro alla loro torre d’avorio, a lavorare per tutti noi esserucci umani mortali è davvero quello che ci vuole? Noi normali cittadini dovremmo ringraziare questi saggi per i loro disinteressati tentativi di riparare un relitto di illuminismo reale così scassato? Dovremmo esser loro grati per la provvida preoccupazione che dimostrano nei nostri confronti? Potremmo arrivare a farlo perché siamo talmente abituati alla democrazia fin dalla nascita da darla colpevolmente per scontata per eccesso di familiarità. Il fatto è che siamo diventati così storditi che, in virtù dell’elevatissimo profilo di quei condiscendenti portatori di verità assolute, potremmo perfino accettarne l’indipendenza dalla volontà popolare, che può esser fallace come s’è detto, come fosse una cosa buona! Potremmo consegnare loro le chiavi di casa? Lo abbiamo già fatto o potremmo farlo? Andrebbe a finire che piano piano, perderemmo spazi di libertà sempre più ampi per pigrizia, spesso, per miope convenienza immediata e ci abitueremmo, ci fideremmo, regaleremmo loro l’anima e ne faremmo i nostri tutori; i custodi del nostro futuro.

IL MOSTRO… Alla fine avremmo contribuito a creare un mostro: la mutazione della società europea occidentale da presidio di democrazia a superstruttura di umanoidi sotto tutela. Dall’esortazione kantiana “sapere aude”, abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza, alla tutela opprimente di una specie di darwinismo sociale classista e tecnicistico. Ma tutto ciò solamente per il nostro bene s’intende, Dio non voglia che ci si possa far male come bambini! Quei famosi saggi hanno pensato che il concetto illuministico lockiano di comunità sociale formata da uomini liberi e pensanti, collaboranti per scelta e maggiorenni per natura, sia stato ormai reso obsoleto dal suo stesso fallimento storico e che debba essere rimpiazzato da un altro più adeguato ai tempi “modello a termitaio”, affollato da pigri (intellettualmente) minorenni naturali. Noi!!! Oscillazioni dicevamo…Eh caro Sig. Fukuyama, con tanti saluti a lei e alla sua felice globalizzazione delle democrazie libere, credo proprio che il mondo sia una grande scacchiera molto più torbida di quanto Lei abbia mai immaginato!

 

MAGRITTE

Immagine di cea+: René Magritte – Le faux miroir

MEDIOCRAZIA … E allora a questo punto, una gran bella esplosione entropica di medietà ci stava proprio bene perché la mediocrazia ci spinge verso un assopimento del pensiero e l’abitudine, a considerare inevitabile ciò che è inaccettabile e necessario ciò che è perfino rivoltante. Perché nel termitaio poi le cose possano funzionare, è meglio che l’identità individuale venga lentamente avvilita, con dolcezza, secondo il “principio della rana bollita”; così si dominano le masse, cuocendole a fuoco lento. La stessa sorte toccherebbe ad ogni sistema di valori e ad ogni cultura, la cui identità sarebbe da livellare indipendentemente dal suo peso specifico nel genere umano. Non siamo ancora all’egualitarismo culturale totalizzante ma ci stiamo arrivando e, quando l’avremo realizzato, anche solo esprimere un giudizio di valore su certi argomenti, cosa del tutto naturale per ogni essere raziocinante che respiri, sara’ stigmatizzato come pensiero potenzialmente pericoloso.

AMENZA CONVENIENTE… No per carità, meglio lo scetticismo, il cinismo e anche il nichilismo! Meglio il relativismo ipocrita che avere idee pericolosamente nette su qualunque cosa perché oggi come oggi, in piena “liquidità”, è sicuramente meglio galleggiarci sulle cose che cercare di capirle, conviene di più. Ma in fondo tutto torna! E’ la regola della linea di minor resistenza che s’impone. E allora che i sociologi studino fluidodinamica e i filosofi si estinguano, tanto non servono a nulla; a che serve la coscienza?

IL BIVIO… E così siamo ad un bivio.  Ognuno di noi, dal profondo del proprio divano, può decidere di credere, più o meno coscientemente, che seppur con qualche problemuccio, tutto sommato ci si possa accontentare della situazione e che tutto vada come deve andare, il ché ci porterebbe ad ignorare certi fastidiosi “dilemmi” e a dedicarci alla propria prosaica e pantofolaia esistenza. Oppure… In alternativa, avendo annusato che c’è più di qualcosa che non va, si può pensare di dover almeno riflettere bene, capire più che si può, acquisire consapevolezza e coscienza, insomma rimanere svegli e vigili. Penso che dovremmo farlo, ma non per il rispetto che si dovrebbe ad una teorica, fumosa e lontana dalla quotidianità, etica democratica, quanto per noi stessi. Per puro e semplice orgoglio! Per salvaguardare la propria dignità! Per non essere ingannati, usati, plagiati, presi in giro da nessuno! Per essere all’altezza delle libertà che ci sono state trasmesse da chi ci ha preceduto! Per quanto mi riguarda, è per questo che mi ascrivo volentieri alla seconda categoria accodandomi, con infinita modestia e da lontano beninteso, ad una lunghissima schiera di gente notoriamente delirante e complottista come Huxley, Orwell, Fromm, MacLuhan, Wright Mills o Thoreau, solo per citare i primi che mi vengono in mente.

RANE BOLLITE… Per dirla con Chomsky, il timore è che ormai le rane siano state bollite e abituate ad una regolare somministrazione di mix soporifero composto da dosi di paura e piaceri edonistici. Tanto tempo fa, panem et circenses, poi, la paura per la dannazione eterna, recentemente, sesso droga e rock and roll e oggi ovviamente, abbiamo lo smartphone con le sue app; questo “vampiro elettronico” che si nutre di vita. Un “tutto in uno” molto meno divertente del recente passato hippy. Abbiamo proprio tutto, tutto quello che possa servire per completare l’addomesticamento ossia l’europeizzazione dell’ex homo sapiens sapiens fino a farlo scodinzolare tutto soddisfatto e fargli abbassare le orecchie ritte tipiche degli animali ancora un po’ selvatici.

FINE DELLA STORIA?… Di fronte a queste magnifiche sorti ogni Uomo che sia vissuto in ogni tempo e che sia stato dotato di una spina dorsale che non la si potesse attraversare con la mano, come avrebbe detto Thoreau, si rivolta nella tomba per l’evanescenza della propria progenie (quel Thoreau che inventò l’espressione “disobbedienza civile” perfettamente consapevole del peso della responsabilità che porta con sé, diversamente dagli allegri umanoidi che ora ne abusano). E allora, fine della storia? Forse no, qualcosa succederà! Sarebbe bello credere in un risveglio delle coscienze ma scommetto sul grande volano, quel rotolare immenso che ha travolto sempre tutto, buoni e cattivi, potenti e poveracci, élite e massa, umanoidi e uomini col cervello ancora acceso.

Potrei semplicemente dire che alla fine mi scopro fatalista ma per farlo, preferisco usare le parole di V. Hugo, infinitamente più belle delle mie: “… Mentre Napoleone agonizzava a Longwood (Isola di Sant’Elena), i sessantamila uomini caduti sul campo di Waterloo imputridirono tranquillamente e qualcosa della loro pace si diffuse nel mondo. Il congresso di Vienna ne fece i trattati del 1815 e l’Europa diede a ciò il nome di restaurazione. Ecco cos’è Waterloo. Ma che importa, questo all’infinito? Tutta quella tempesta, tutta quella nube e quella guerra e poi quella pace, tutta quell’ombra non turbò per un istante il bagliore dell’immenso sguardo dinanzi al quale un insetto che saltella da uno stelo all’altro uguaglia l’aquila che vola di campanile in campanile, fra le torri di Notre Dame.

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