CHE COSA CI STIAMO PERDENDO?

Di R. Routledge - Image from "Discoveries & Inventions of the Nineteenth Century" by R. Routledge, 13th edition, published 1900., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=231047

PER UNA DEMOCRAZIA NATURALE

QUESTIONE DI PESI … Di solito non si riflette abbastanza sul fatto che la democrazia sia basata sulla forza eppure il suo cardine, il principio della rappresentatività, è per definizione impostato sul peso numerico.

Ne “Il saggiatore”, Galileo dice che se dibattere su qualcosa fosse “come portar pesi” , allora saremmo d’accordo sul fatto che l’opinione di molti conti più di quella di pochi, ma che nel cercare soluzioni ai problemi bisogna più che altro “correre”. Si può pensare che il paragone non sia calzante dato che le scelte in campo sociale presumibilmente, hanno poco a che fare con il metodo scientifico e molto con la complessità del mondo. Certe valutazioni sono difficili perché implicano il ricorso a competenze di vita ad alto tasso di soggettività formate in un mondo personale apparentemente lontanissimo dallo spirito galileiano. Di primo acchito l’obiezione sembrerebbe fondata e invece, nel caos, regna sovrana una “forma di ordine cosmico” che ci riconduce nel campo del determinismo.

E’ la distribuzione gaussiana, rappresentata dalla nota curva a campana che esprime una densità di probabilità. Si tratta di un’astrazione della matematica statistica talmente efficace che quanto maggiore è l’anarchia, tanto più stretto è il suo controllo purché il campione sia sufficientemente ampio. Senza la tendenza statistica verso la medietà, che “accalca” la stragrande maggioranza degli individui in corrispondenza del picco della curva, non ci sarebbe alcuna regolarità e il concetto stesso di natura umana perderebbe ogni senso.

MORALE MEDIA… Si può proseguire il ragionamento considerando che la società democratica si basa sulla percezione media del mondo e proprio per questo, dovrebbe poter indirizzare le sue scelte a vantaggio dei più coerentemente con la distribuzione gaussiana. In una popolazione di ampiezza sufficiente i fattori che contribuiscono a formare il concetto comune del mondo, tra i quali anche desideri e aspettative, tendono a convergere verso un valore medio caratteristico di solito associato al buon senso e, con un salto di livello logico, identificato anche con il senso dominante del giusto. Di conseguenza solitamente, senza pensarci troppo sù, si accetta l’idea che il punto di vista della parte più numerosa aderisca meglio all’ideale morale, come se in qualche maniera, la natura umana ci potesse guidare nel giusto.

REALPOLITIK…  Ne deriva che la caratteristica media viene elevata da semplice categoria statistico-numerica al rango di categoria etico-morale “solo” perché rappresenta la norma. Seguendo il filo del discorso galileiano, mi avventuro ad ipotizzare che se lo scienziato fosse stato interpellato sul caso, probabilmente l’avrebbe pensata diversamente; avrebbe osservato che collocare automaticamente la ragione dalla parte dei più presuppone reputare gli individui tutti uguali anche per quella sottile capacità di discernimento necessaria a prendere decisioni sagge per tutta la collettività, il che equivale al considerarli tutti ugualmente capaci di portare pesi! Il principio della rappresentatività che ci è tanto caro, è essenzialmente questo: esclusivamente quantitativo e radicalmente egualitaristico.

E qui si apre un orizzonte:  a che cosa dobbiamo questo disinvolto trasferimento dal piano della logistica sociale a quello etico-morale?

Alla realpolitik? Alla banale necessità di dover “fare di necessità virtù” attribuendo ad uno strumento puramente pragmatico come questo, un valore addirittura etico e fondativo solo perché non si ha nulla di meglio per le mani?

E’ possibile definire un’idea di giusto in valore assoluto e se si, come?

I concetti di bene e male, giusto e sbagliato, non dovrebbero essere sempre ancorati ad una base etica stabile, astorica e di conseguenza, necessariamente di livello ontologico?

E ancora: se questo espediente empirico, seppure necessario al funzionamento del sistema, non può vantare questo status etico, non avremmo bisogno di una prospettiva umana più profonda? Quale escatologia può esserci da traslare in ambito sociale se non l’Ordine Naturale delle cose? E qual’è quest’ordine?

L’ORDINE NATURALE… A questo punto, chi dovesse pensare che in un certo senso anche la medietà possa esser considerata espressione dell’ordine naturale e come tale, accettabile di per sé come orientamento morale, sbaglierebbe; la biologia non funziona così, anzi, contrasta l’appiattimento verso il valore medio. Il fenotipo di una specie è si una forma media, ma in trasformazione continua da non confondere con una sua istantanea, un’immagine fissa insomma che senza l’aggiunta di correttivi, sarebbe garanzia di estinzione nel contesto ambientale mutevole.

In realtà, quella che a prima vista può essere scambiata per staticità del fenotipo, è la manifestazione di un aggiustamento lento dell’equilibrio raggiunto con il contesto al prezzo di un lavorio incessante. Il fattore dinamico di contrasto con cui ogni specie compensa l’appiattimento sul valore medio è proprio il discostamento dalla norma: la mutazione genetica. E’ questa che ne amplia la variabilità genetica rendendola adattabile.

La stasi della regressione verso la media viene annullata con un lancio di dadi che moltiplica le possibilità di sopravvivenza ad ogni riproduzione facendo della diversificazione individuale la strategia vincente; questo è il punto!

In altre parole, è attraverso la promozione della diversità e dell’individualità che Madre Natura moltiplica il numero di lanci (di dadi) per raggiungere la (quasi) certezza statistica di veder uscire il numero giusto sfruttando la legge dei grandi numeri! In modo “astuto” dunque, il mondo vivente si serve delle leggi della statistica cui è assoggettato, per reiterare i suoi cicli.

TRASLAZIONI… Se associare l’evoluzione di una società (che in fondo può esser considerata come un tipo speciale di ecosistema) con quella della specie è una traslazione metaforica lecita come credo, mi chiedo quali possano essere gli elementi dinamicizzanti per un sistema sociale basato per definizione sulla medietà com’è la democrazia.

LA RICETTA DELLA MEDIOCRAZIA… La questione non è affatto oziosa perché, nel caso che non ce ne fossero, o che non funzionassero per qualsiasi motivo (argomento quest’ultimo di stringente attualità purtroppo), la regressione verso il valore medio non solo sarebbe inevitabile, ma presto diventerebbe un collasso verso la mediocrità per effetto di quei circuiti, tipici di una società basata sui processi sistematici, che selezionano i più “conformi” anziché i migliori.

DIRITTI E DOVERI… Tralasciando i geni che complicano troppo le cose (perché sono sempre difficili da individuare per i contemporanei), la considerazione piuttosto solida, che gran parte del benessere materiale di cui beneficiamo oggi provenga dalle intuizioni di pochi individui particolarmente dotati, ci fornisce un’indicazione chiara. Sono loro il “fertilizzante sociale” e l’elemento di dinamicizzazione. Per questi individui fuori dalla media, esprimere le proprie doti personali è una responsabilità morale anche verso la collettività, un loro dovere naturale!

Ma è anche un loro diritto naturale e simmetricamente, è un dovere della società garantire loro questa possibilità.

Pensando al rapporto di reciprocità tra cittadino e società che sostiene il patto sociale, potremmo anche metterla così: la promozione dei migliori è un onere che ricade in capo all’organizzazione sociale, sulla base di un’etica deontologica verso l’individuo, e teleologica nei confronti di sé stessa, come comunità che ne trarrà vantaggio.

DEMOCRAZIA NATURALE VS SUPERSTRUTTURA SOCIALE… Con un’altra metafora, questa volta ingegneristica, si potrebbe immaginare la democrazia come un motore che per non spegnersi, deve continuamente mantenere il bilanciamento con le condizioni esterne rispondendo loro in tempo reale. Già nel 1788 James Watt sopperì a queste necessità meccaniche con il suo regolatore centrifugo!

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Da tutto questo ragionamento estrarrei un principio: un sistema complesso in equilibrio dinamico con il contesto, com’è una società o un ecosistema, ha sempre bisogno di mantenere in efficienza i propri circuiti di autoregolazionepena il decadimento.

Il pensiero però che una superstruttura sociale, come una macchina, non abbia affatto bisogno di “uomini e donne” ma solo di componenti adatti, ci lascia in uno stato d’animo inquieto: ma in fondo, questo potrebbe essere un bene con i tempi che corrono!

 

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