IL PROBLEMA DIFFICILE – DI ARCHITETTURA MATASSONI

LA FORMA DELLO SPAZIO SOCIALE

La fisica degli ultimi 100 anni ci dice che non esiste materia ma solo energia, esiste moto ma non oggetti in movimento, esiste attività ma non attori, danza senza danzatori.

Se si cerca di studiare ogni singolo componente, focalizzando l’attenzione sul dettaglio come tale, si perde la profonda interconnessione dinamica che, in definitiva, sembra essere la cifra costitutiva dell’universo.

Per non perdere né l’uno né l’altra, “lo scienziato” deve continuamente rimbalzare tra pensiero razionale-analitico e pensiero astratto-metaforico. Direi artistico!

Gli scienziati se ne sono accorti da un pezzo ma gli artisti lo hanno sempre saputo!

L’arte “pura” infatti, in quanto pura espressività, non è mai caduta nella trappola del pensiero analitico.

L’architettura moderna invece, inebriata di scientismo funzionalista, a causa di questo vizio implicito, non è mai stata in grado di proporre spazi urbani degni di potersi chiamare città.

In effetti a pensarci bene, si è attaccato il “PROBLEMA FACILE” dello spazio architettonico con un approccio molto più artistico di quanto non si sia fatto con quello “DIFFICILE” dello spazio urbano.

Ma, se è vero che non si può risolvere un problema utilizzando lo stesso tipo di pensiero che lo ha creato, allora bisognerebbe pensare lo spazio urbano con un approccio diverso da quello usato sin qui, cioè artistico e architettonico e non più razionale e urbanistico; abbiamo bisogno di cambiare strada, di un cambio di paradigma; ma è possibile?

Il progetto urbano moderno, la città pianificata, soprattutto in ambito democratico-liberale, ha sofferto e soffre tutt’ora, di alcuni peccati originali di ordine ideologico che hanno la stessa radice riduzionista e funzionalista ereditata dallo scientismo moderno.

Per esempio, la necessità della condivisibilità delle scelte.

 

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Per esigenze politiche infatti, oggi più che mai le scelte che investono la città devono essere condivise con la fetta più ampia possibile di popolazione.

Sembra giusto e lo è, ma come può essere condivisa una scelta artistica che è pura espressività, pura individualità?

E anche se fosse la più giusta per la collettività, come spiegarla?

Si possono condividere solo concetti elaborati secondo modelli razionali e riduttivi rispetto a qualcosa di molto più complesso.

E’ lo stesso tipo di problema posto da Galileo agli albori della scienza moderna, quando teorizzava la necessità della riproducibilità sperimentale per poter certificare un esito scientifico; adesso però avremmo bisogno di ribaltare il punto di vista perché l’approccio moderno non ha mai funzionato bene per le scienze sociali e non ha funzionato affatto, per la definizione della forma dello spazio sociale.

Sono troppo complessi per i modelli riduzionisti!

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Dunque IL PROBLEMA DIFFICILE è il seguente:

Come si può riprodurre in vitro un processo naturale, secolare e dinamico come quello che ha portato alla formazione dello spazio urbano?

Come riprodurlo come sistema vivo, in equilibrio dinamico in trasformazione e non come forma cristallizzata, musealizzata?

Come si crea artificialmente un ambiente favorevole alle relazioni umane?

Quali soggetti dovrebbero o potrebbero progettarlo? E in Futuro? Chi? Cosa?

Intelligenze artificiali?

Evoluti algoritmi-architetto?

Forse sì se tra qualche decina d’anni, tornando a casa la sera, ci sentiremo compresi meglio da un elettrodomestico che dalle persone che ci circondano.

Prima che si sia potuto correggere il tiro e che si sia capito qual’è l’errore del modello funzionalista, la storia già ci sta incalzando indicandoci il prossimo sviluppo spontaneo: la trasfigurazione dello spazio urbano che conosciamo, moderno materiale e astratto, che, piano piano, sta diventando sempre più virtuale! Fuoriscala entrambi!

Se è così, allora si sta delineando un’evoluzione dello spazio sociale coerente con lo spirito postmoderno perché supera la concezione meccanicistica per quella olistica.

Ma, in tutto questo, la stranezza è che la coerenza interna del “sistema città”, la sua reattività immediata con la quale la parte (l’olone) risponde al tutto e viceversa, si realizzerà probabilmente sul terreno immateriale dell’ambiente virtuale.

Poi, ma solo in seconda battuta, su quello mentale e della coscienza collettiva, sempre però mediata dall’interazione con lo spazio cibernetico.

In breve, stando a ciò che si vede già oggi, mi sembra ipotizzabile che la città postmoderna possa evolversi attraverso una traslazione del piano antropologico su quello geometrico-mentale.

Risalendo la catena delle domande, la prossima è la seguente:

noi, in questo contesto non misurabile attraverso la corporeità….come cambieremo?

 

 

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